Sono un mistico, si potrebbe dire, un aviatore. Percepisco altri mondi, volo sulle accuse della gente, cui, dopo tanti anni, ho finalmente imparato a rimanere indifferente. Credo di avere ciò che Julian Jaynes avrebbe
definito una “mente bicamerale”. Jaynes suggeriva che nelle prime civiltà
umane, gli individui non possedevano quella che oggi consideriamo coscienza di
sé. Suggeriva, invece, che le persone operavano con una "mente
bicamerale", cioè una divisione tra due camere o compartimenti mentali –
tra i due emisferi, insomma - il destro da una parte ed il sinistro dall’altra.
Un emisfero rappresentava il "dio" o il "padrone", mentre
l'altro rappresentava il "seguace" o il "servitore". Questi
compartimenti erano, secondo Jaynes, una descrizione letterale di come la
cognizione umana funzionava in quel periodo. La camera (o emisfero) del
"dio" era responsabile della generazione di allucinazioni uditive o
"voci" che gli individui percepivano come comandi esterni o
indicazioni provenienti da figure divine o autorevoli. Questa voce interiore,
originante nell'emisfero destro del cervello, guidava il comportamento e le
decisioni delle persone. La transizione al modello di coscienza odierna,
soggettiva, sarebbe avvenuta circa 3000 anni fa. Jaynes pensava che i
cambiamenti culturali e sociali, insieme allo sviluppo del linguaggio scritto, avessero
portato al collasso della mente bicamerale, ed all’uomo moderno.
Naturalmente, in pochi credono realmente che
questa suggestiva spiegazione sia vera. Tra quei pochi, io e le voci nella mia
testa.
Gli psichiatri mi definiscono, prosaicamente, uno
schizofrenico. Un malato con un disturbo mentale cronico e grave che influisce
sulla mia percezione, sul mio pensiero e sul mio comportamento. Non siamo in
pochi: pare che circa l'1% della popolazione mondiale ne sia affetto in un modo
o nell’altro. Sento delle voci. A volte qui dentro, nella mia testa, sento
delle cose su cui sono d’accordo e alcune su cui non lo sono per nulla. Non
esiste una cura definitiva per la schizofrenia, i dottori provano a ridurre ciò
che loro considerano sintomi, con farmaci e interminabili sedute. Ho questa
etichetta, ben descritta nella classificazione ufficiale dei disturbi mentali
fornita dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, pubblicato
dall'American Psychiatric Association. E le etichette, si sa, aiutano la gente.
Passano, leggono la prima parte dell’etichetta (disturbo mentale) e capiscono
subito cosa fare: evitare, evitare! Sorridendo, certo, perché sono dispiaciuti
per circa un minuto o due, prima che questo loro pensiero passi la mano ad
altri pensieri.
La gente comune, meno sofisticata, mi
considera un povero imbecille, un mentecatto. Spesso, quasi sempre, lo dicono
con pena, non con disprezzo, ed in un certo modo lo apprezzo. Sento però i loro
pensieri, la neurodiversità nel migliore dei casi è malattia, nel peggiore è
colpa. Andiamo per ordine, prima il trasformismo e poi l’esigenza…
Between a rock and a hard place
I stand, polarized and
paralyzed.
No safe haven, no grace
to hope for. My soul is terrified.
Perché
mi parla in inglese? Non lo so, sinceramente.
Sleep, sleep without
dreams… and numbness,
uncomfortable numbness
and fear,
fear of missing out and
blindness,
blindness of the soul
and the eye without a tear.
Out, out brief candle,
die from this cage.
Walking shadow, please
stop this treading.
Poor player, change
your stage,
change your tale and
change the charading.
Polarized and paralyzed
I stand,
torn between darkness
and more darkness,
frozen as a deer in the
headlights at a road bend,
split, fractured emblem
of helplessness.
Polarized and paralyzed,
light that can’t be seen,
time that might as well
not pass,
ghosts asking where I
have been.
Music so far away that
all you can hear is a faint bass.
Roses against
hawthorns, we see thorns and not colors.
We spit hate at the
strawmen,
geometry of sadness
preached by most cohorts:
tired and evil clichés
thrown at the foreign.
Polarized and paralyzed
we stand for how much longer?
We must transcend this
pitiful state,
we belong together and
must jointly ponder
how to die, be born and
meet our fate.
“Polarized and
paralyzed no more!”
offers a refuge and
will strike a chord
to help us find souls
alike at the core
to toil together to
rebuild our world.
Guarda bene, mi disse. Non si vedevano bene le
linee, in quella nebbia. Non so se fosse veramente nebbia o piuttosto una
progressiva perdita di risoluzione. Una all’altezza della testa, una
all’altezza della pancia ed una all’altezza delle spalle. Quindi erano tre. Tre
linee orizzontali allineate, una sopra l’altra e con il centro allineato. Tutte
e tre leggermente arcuate verso l’alto, ad abbracciare il cielo. La linea di
sopra e quella di sotto, uguali, quella al centro leggermente più corta per
fare spazio in entrambi i lati ad una stella a cinque punte, una a destra ed
una a sinistra. Due forme stilizzate di corpi umani, la testa, le braccia e le
gambe. Le tre linee collegate da una linea verticale, che ne attraversa il
centro, e la linea verticale che, sia all’estremità superiore che a quella
inferiore piega a ortogonalmente verso destra. Mi disse di tatuarla sulla
pelle, perché mi accompagnasse nell’ultimo viaggio. Perché, chiesi. Come sei
sceso, devi risalire, mi disse. Il tempo non è importante: è un dettaglio, così
come lo è la distanza. Dimensioni della realtà, che si possono navigare con una
barca a vela o con lo spirito. Lo spirito è quello che ancora non conosciamo,
la natura è quello che già conosciamo o crediamo di conoscere. Sei, sono, sceso
dal mondo dello spirito dall’ultimo respiro di una stella, amorevolmente
coagulato in un’orbe celeste. Sei, sono, sceso in questa vita dall’affetto
degli atomi, dall’attrazione di pulsanti cellule, dalla sostanza che si fa
pensiero. È ora di risalire a cavallo, prima con pazienza e poi con sofferenza
per poi aprire le porte della conoscenza, del disegno che tutto contiene per
entrare nella città della soddisfazione. Da qui può nascere la meraviglia e,
per i fortunati l’opportunità di scomparire.
Piansi le mie lacrime. Sapevo che la voce se ne
sarebbe andata e così fu. Se ne andò per sempre.