venerdì 4 ottobre 2024

Polarized and paralyzed

Sono un mistico, si potrebbe dire, un aviatore. Percepisco altri mondi, volo sulle accuse della gente, cui, dopo tanti anni, ho finalmente imparato a rimanere indifferente. Credo di avere ciò che Julian Jaynes avrebbe definito una “mente bicamerale”. Jaynes suggeriva che nelle prime civiltà umane, gli individui non possedevano quella che oggi consideriamo coscienza di sé. Suggeriva, invece, che le persone operavano con una "mente bicamerale", cioè una divisione tra due camere o compartimenti mentali – tra i due emisferi, insomma - il destro da una parte ed il sinistro dall’altra. Un emisfero rappresentava il "dio" o il "padrone", mentre l'altro rappresentava il "seguace" o il "servitore". Questi compartimenti erano, secondo Jaynes, una descrizione letterale di come la cognizione umana funzionava in quel periodo. La camera (o emisfero) del "dio" era responsabile della generazione di allucinazioni uditive o "voci" che gli individui percepivano come comandi esterni o indicazioni provenienti da figure divine o autorevoli. Questa voce interiore, originante nell'emisfero destro del cervello, guidava il comportamento e le decisioni delle persone. La transizione al modello di coscienza odierna, soggettiva, sarebbe avvenuta circa 3000 anni fa. Jaynes pensava che i cambiamenti culturali e sociali, insieme allo sviluppo del linguaggio scritto, avessero portato al collasso della mente bicamerale, ed all’uomo moderno.

Naturalmente, in pochi credono realmente che questa suggestiva spiegazione sia vera. Tra quei pochi, io e le voci nella mia testa.

Gli psichiatri mi definiscono, prosaicamente, uno schizofrenico. Un malato con un disturbo mentale cronico e grave che influisce sulla mia percezione, sul mio pensiero e sul mio comportamento. Non siamo in pochi: pare che circa l'1% della popolazione mondiale ne sia affetto in un modo o nell’altro. Sento delle voci. A volte qui dentro, nella mia testa, sento delle cose su cui sono d’accordo e alcune su cui non lo sono per nulla. Non esiste una cura definitiva per la schizofrenia, i dottori provano a ridurre ciò che loro considerano sintomi, con farmaci e interminabili sedute. Ho questa etichetta, ben descritta nella classificazione ufficiale dei disturbi mentali fornita dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, pubblicato dall'American Psychiatric Association. E le etichette, si sa, aiutano la gente. Passano, leggono la prima parte dell’etichetta (disturbo mentale) e capiscono subito cosa fare: evitare, evitare! Sorridendo, certo, perché sono dispiaciuti per circa un minuto o due, prima che questo loro pensiero passi la mano ad altri pensieri.

La gente comune, meno sofisticata, mi considera un povero imbecille, un mentecatto. Spesso, quasi sempre, lo dicono con pena, non con disprezzo, ed in un certo modo lo apprezzo. Sento però i loro pensieri, la neurodiversità nel migliore dei casi è malattia, nel peggiore è colpa. Andiamo per ordine, prima il trasformismo e poi l’esigenza…

Between a rock and a hard place
I stand, polarized and paralyzed.
No safe haven, no grace
to hope for. My soul is terrified.

Perché mi parla in inglese? Non lo so, sinceramente.

Sleep, sleep without dreams… and numbness,
uncomfortable numbness and fear,
fear of missing out and blindness,
blindness of the soul and the eye without a tear.

Out, out brief candle, die from this cage.
Walking shadow, please stop this treading.
Poor player, change your stage,
change your tale and change the charading.

Polarized and paralyzed I stand,
torn between darkness and more darkness,
frozen as a deer in the headlights at a road bend,
split, fractured emblem of helplessness.

Polarized and paralyzed, light that can’t be seen,
time that might as well not pass,
ghosts asking where I have been.
Music so far away that all you can hear is a faint bass.

Roses against hawthorns, we see thorns and not colors.
We spit hate at the strawmen,
geometry of sadness preached by most cohorts:
tired and evil clichés thrown at the foreign.

Polarized and paralyzed we stand for how much longer?
We must transcend this pitiful state,
we belong together and must jointly ponder
how to die, be born and meet our fate.

“Polarized and paralyzed no more!”
offers a refuge and will strike a chord
to help us find souls alike at the core
to toil together to rebuild our world.

Guarda bene, mi disse. Non si vedevano bene le linee, in quella nebbia. Non so se fosse veramente nebbia o piuttosto una progressiva perdita di risoluzione. Una all’altezza della testa, una all’altezza della pancia ed una all’altezza delle spalle. Quindi erano tre. Tre linee orizzontali allineate, una sopra l’altra e con il centro allineato. Tutte e tre leggermente arcuate verso l’alto, ad abbracciare il cielo. La linea di sopra e quella di sotto, uguali, quella al centro leggermente più corta per fare spazio in entrambi i lati ad una stella a cinque punte, una a destra ed una a sinistra. Due forme stilizzate di corpi umani, la testa, le braccia e le gambe. Le tre linee collegate da una linea verticale, che ne attraversa il centro, e la linea verticale che, sia all’estremità superiore che a quella inferiore piega a ortogonalmente verso destra. Mi disse di tatuarla sulla pelle, perché mi accompagnasse nell’ultimo viaggio. Perché, chiesi. Come sei sceso, devi risalire, mi disse. Il tempo non è importante: è un dettaglio, così come lo è la distanza. Dimensioni della realtà, che si possono navigare con una barca a vela o con lo spirito. Lo spirito è quello che ancora non conosciamo, la natura è quello che già conosciamo o crediamo di conoscere. Sei, sono, sceso dal mondo dello spirito dall’ultimo respiro di una stella, amorevolmente coagulato in un’orbe celeste. Sei, sono, sceso in questa vita dall’affetto degli atomi, dall’attrazione di pulsanti cellule, dalla sostanza che si fa pensiero. È ora di risalire a cavallo, prima con pazienza e poi con sofferenza per poi aprire le porte della conoscenza, del disegno che tutto contiene per entrare nella città della soddisfazione. Da qui può nascere la meraviglia e, per i fortunati l’opportunità di scomparire.

Piansi le mie lacrime. Sapevo che la voce se ne sarebbe andata e così fu. Se ne andò per sempre.