venerdì 13 dicembre 2019

Hanno ucciso l'uomo ragno


Da qualche mese avevo iniziato a lavorare ad Oukbar, dopo un lungo e necessario girovagare. La mia traiettoria lavorativa doveva sembrare incomprensibile ad ogni specialista in risorse umane. Difficile trovare un senso nel passare dal fare il contabile in una grande azienda ad essere il responsabile produttivo di una piccola azienda, al supervisore di un magazzino di una piccola sede di un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite. Difficile capirne l’intenzione, se si pensa alla carriera come ad un fine, più che un mezzo. Per me era unicamente un mezzo. Un mezzo per navigare la distanza da idiomi noti e consueti a linguaggi lontani ed incomprensibili.

Speravo di poterci rimanere per un po’, ad Oukbar. Non che il posto mi piacesse particolarmente. Considerandolo in modo astratto, mi pareva troppo disordinato e non troppo pulito. Gli odori mi facevano venire in mente le auto vecchie di quando ero bambino, e quell’odore pungente dei vecchi motorini degli anziani che vanno a lavorare in campagna, e più recentemente degli immigrati, anch’essi in cerca di lavoro e fortuna nei campi, motori esalanti gli ultimi respiri, ormai da anni, a causa di proprietari senza valide alternative. Era, a suo modo, un posto affascinante. Ogni nuovo posto aveva una sua colonna sonora all’inizio. Cercavo l’ascolto di musicisti che poi associavo al luogo. Qui, la colonna sonora era l’oud di Dhafer Youssef, nella mia ignoranza che omogeneizzava Tunisi ed Oukbar. La gente di Oukbar era gentile, a giudicare dai modi – ancora, e fortunatamente, non ne capivo le parole ed i pensieri. Però, qui sentivo una serenità interiore che altrove mi era ormai impossibile provare.

Non avevo mai lavorato in Italia, non mi sarebbe stato possibile. Avevo iniziato la mia carriera lavorativa in Germania, attratto dal linguaggio incomprensibile ed irragionevolmente aspro dei tedeschi. All’inizio la Germania era Beethoven, il caldo abbraccio del secondo movimento della settima sinfonia, prima di diventare il chiasso della quinta. Dopo un anno circa, dovetti spostarmi e decisi di andare a vivere in Polonia, ma lì durai un po’ meno, anche se la terza sinfonia di Gòrecki mi resterà sempre nel cuore. Man mano che mi spostavo, andavo più lontano, e resistevo meno. Era un problema di distanza emotiva e mentale. Avevo necessità di non comprendere i miei vicini. Appena iniziavo a capirli, iniziava il caos. Dapprima parole isolate, poi frasi semplici, pensieri semplici e via via più complicati e profondi. Una cacofonia che aumentava di giorno in giorno. Le prime volte, quando facevo le valigie per partire, ero accompagnato dall’equivalente della Bohemian Rhapsody dei Queen che cerca di sopravanzare la Quinta Sinfonia di Beethoven a sua volta in gara con una versione particolarmente tirata di Master of Puppets dei Metallica. I miei pensieri si perdevano in quel putiferio come si perderebbe una interpretazione intimista di De André della Canzone di Marinella. Ogni brano con un suo senso – brillante - se ascoltato in solitudine, irrimediabilmente pervertito dalla contemporaneità. Una sensazione dolorosa emotivamente, ed anche fisicamente spossante. Pensai di suggerirlo alla CIA come tecnica di interrogazione avanzata (“ehnanced interrogation technique”). Col tempo avrei imparato a capire i segni dell’irreversibile discesa nel caos, con anticipo sufficiente a risparmiarmi le fasi più dolorose.  

Solo mia madre era al corrente della mia condizione. Dico “era” perché lei non c’era più da diversi anni, consumata dallo sforzo e dalle preoccupazioni di tirar su un figlio da sola. Non ho mai saputo con certezza chi fosse il mio padre biologico, e ho motivo di pensare che non lo sapesse con certezza neanche mia madre. Di certo lei non gli ha mai dedicato né una parola né un pensiero. Io non le ho mai chiesto niente, né c’è n’era bisogno.

Come tutti bambini, per me la mia condizione era la normalità. Verso i tre anni, iniziai a mostrare disagio a stare in luoghi affollati. Piangevo disperato. In modo naturale, mia madre evitò di frequentarli. Secondo l’otorinolaringoiatra pediatrico dell’ASL soffrivo di iperacusia, che ci spiegò essere  un disturbo del sistema uditivo caratterizzato da un'ipersensibilità ed un'intolleranza ai suoni. Offrì la diagnosi sulla base dei racconti di mia madre, e di qualche parola scambiata con me. Mia madre chiese se fosse possibile fare qualche test, ma il dottore aveva molte persone in attesa – sottintendendo che avessero problemi più seri - e pensò bene di suggerire il nome di colleghi che avrebbero potuto approfondire, inutilmente secondo lui, e a pagamento. Andammo anche da una psicoterapeuta dell’età evolutiva, che aveva una lista d’attesa di sette mesi, che, lei sì, dopo aver atteso i sette mesi con pazienza, mi sottopose a dei test e questionari per offrire alla fine un’ipotesi diagnostica, iniziale e di massima, di agorafobia - paura della folla, con una raccomandazione di approfondire e perfezionare la diagnosi con sedute specifiche, e a pagamento. Iperacusia, agorafobia, pagare per approfondire.

Abitavamo in un complesso di case popolari, del tipo che i giornalisti pigri, nel descrivere eventi di cronaca nera, si compiacciono di chiamare alveari umani. Api, ma senza miele. Solo nelle canzoni di De André dal letame nascono i fiori – e dagli alveari umani, miele. Mia madre si dava da fare per mandare avanti la famiglia, composta unicamente da lei e me. Faceva lavori massacranti, con orari massacranti, spesso molto lontano da casa. Guadagnava poco, e quel poco lo moltiplicava con la fatica. Fatica a lavoro e fatica il poco tempo che stava a casa. Da grande avrei capito che lo faceva per me, e che la sua vita era un inferno perché la mia non dovesse esserlo, almeno non da bambino e non mentre lei era in vita e poteva fare qualcosa per evitarlo.

Il poco tempo che passava a casa lo passava con me. Le nostre passeggiate erano solitarie ed in orari strani. Un po’ perché i suoi orari non davano molte opzioni ed un po’ perché io mostravo di essere più sereno quando non c’era gente in giro. Così uscivamo la sera tardi molto dopo il tramonto, quando la gente per bene era ben sotto le coperte, o la mattina molto presto prima dell’alba a goderci il sorgere del sole, nell’aria ferma del mattino, quando anche il vento rimane immobile per un istante, per non disturbare.

A scuola, già alle materne, ebbi problemi. Piangevo in continuazione. Non il pianto malinconico e triste, cui la maggior parte della gente può resistere per qualche minuto. Ma il pianto disperato di chi soffre fisicamente, cui l’urlare a squarciagola dà una forma di alleviamento per condivisione. Dopo qualche tentativo, mia madre rinunciò alla scuola materna. Dovette riprovare, obbligatoriamente, quando raggiunsi l’età per le elementari. Resistetti pochi minuti, prima di piangere, accusando un fortissimo mal di testa. Dopo diverse settimane di tensione, le peggiori della mia vita, in cui mia madre cercò di forzarmi, finalmente trovò una soluzione: istruzione domiciliare o homeschooling. “E’ consentita dalla costituzione italiana”, ripeteva mia madre a chiunque facesse cenno all’argomento.   Una soluzione certamente gravosa per lei. Oltre al lavoro, mia madre doveva anche istruirmi, o pagare degli insegnanti per venire in casa a tenermi lezione. Col senno di poi, questo evento mi diede la misura dell’amore che provava per me. A casa riuscivo molto meglio, ed ero anche discretamente bravo negli studi, nonostante la precarietà e la saltuaria presenza di insegnanti a pagamento, direttamente proporzionale alle possibilità economiche di mia madre.

Però, le poche volte che dovevamo per forza uscire in mezzo alla gente, sudavo e soffrivo. Imploravo mia madre di tornare a casa, oppure in uno spazio sgombro da persone il prima possibile. Non so se mia madre si rese conto fino in fondo di quale fosse in realtà il mio problema. Per due persone che vivono da sole, è quasi naturale capirsi al volo, leggersi nel pensiero. A maggior ragione ad una madre con il proprio figlio, le parole sono spesso superflue.

Mi resi conto che non ero normale verso i sei anni. Fino ad allora, la mia diversità, e le mie difficoltà, erano chiare agli altri, ma non a me. Un giorno, come spesso succedeva, una vecchia vicina dal volto rugoso ed antipatico, mi vide passare per le scale e pensò per l’ennesima volta male di mia madre, perché mi lasciava sempre solo in casa. Usò il termine “zoccola”, che già sapevo essere un termine offensivo. Non so se ero io diverso quel giorno, cresciuto forse? O forse semplicemente stanco delle ripetute e gratuite offese a mia madre, che era disposta a tutto per il mio bene. Le risposi dicendo che lei era brutta e vecchia e che non doveva offendere mia madre. La vecchia si alzò lentamente, spaventata, disse che ero il diavolo, che ero entrato nella sua mente, e se ne andò più velocemente che poteva biascicando preghiere. Avevo letto i suoi pensieri. Fino ad allora avevo pensato fosse normale leggere i pensieri della gente. Rimasi inebetito a pensare, e piano piano iniziai a collegare tutti i piccoli segnali che avevo già vissuto. Sentii dei brividi dietro la schiena, mentre guardavo la vecchia correre via in modo quasi comico. Fu uno shock. Non ne parlai con nessuno, e cercai di non pensarci, per diversi anni.

Col tempo, provando a saggiare i limiti di questa mia condizione, mi resi conto che riuscivo a leggere i pensieri della gente solo quando erano espressi in parole, in linguaggio. Non riuscivo a leggere le paure, le immagini, o i suoni immaginati nel privato della mente degli altri. Gli stranieri erano come dei libri chiusi per me. Prima di comprendere la mia condizione, pensavo che la parola “straniero” fosse un sinonimo di “silenzioso”.  

Percorrevo la via principale di Oukbar, ascoltavo una playlist degli anni ’80, quando sentii un uomo dall’aspetto decisamente europeo, con un grosso zaino in spalla, pensare “adesso gli faccio vedere io a questi straccioni”. Mi girai verso di lui, e vidi che stava fermo in piedi, guardando verso la strada del mercato, affollata di gente a quell’ora. Sentii che ripassava a mente quello che aveva in mente di fare.

Avvio la telecamera sul cappello – controllo che sia partito il webcast – metto il cappello - prendo l’AK47 - lo tengo in alto bene in vista davanti alla telecamera – sparo una raffica verso l’alto – si girano tutti verso di me – inizio a sparare – ogni due raffiche mi fermo e guardo intorno per riprendere una panoramica – quando la semiautomatica è scarica prendo l’altro AK47 - riprendo a sparare – ogni due raffiche panoramica – quando si scarica butto l’arma a terra e alzo le mani – quando sono vicini – schiaccio il bottone – bum… e chi si scorda più di me

Suonava come una stanca cantilena di una vecchia poesia imparata a memoria. Una cadenza così infantile che dapprima non ne colsi il senso. Ricominciò daccapo, stavolta sembrava più nervoso e ne ascoltai le parole con più attenzione. Sembrava un innocuo bambinone, visto di spalle, che ripassava a mente un lento e strano ballo di gruppo. Mentre cantilenava a mente, vedevo che con il corpo accennava i movimenti. Portò la mano al petto e finì nuovamente la cantilena – bum… Quasi a rallentatore, sentii un brivido gelido attraversare la spina dorsale, dal basso verso l’alto, fino a far rizzare i capelli alla base della testa. Il mio corpo aveva capito qualche secondo prima della mia mente. Mi volsi a destra, la gente camminava, parlava, un cane disteso. Nessuno aveva capito la situazione. Mi volsi a sinistra, gente che rideva sguaiata, altra gente in un capannello, tutti ignari. Solo io sapevo cosa sarebbe successo. Si sentiva così l’uomo ragno quando i suoi sensi lo avvisavano del pericolo?  Cosa aveva detto Tony Stark all’uomo ragno? Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Non avevo mai pensato di avere grandi poteri, solo un insopportabile condanna, isolato o annientato dal chiasso dei pensieri del mondo.

La decisione fu presa dalla playlist. Partì la canzone “Eye of the tiger” dei Survivor. Che altro potevo fare? Percorsi di corsa i due passi che mi separavano da lui e provai a bloccargli le braccia con una presa da dietro. In televisione sembra semplice. Non avevo mai giocato alla lotta, né con un padre né con amici. Si voltò verso di me spaventato. Mi guardò, lo guardavo. Liberò facilmente un braccio e iniziò a portare la mano al petto. Mi resi conto in un solo momento che il tempo non mi sarebbe bastato. La mia vita finiva quel giorno. Avevo sempre saputo che sarebbe finita con un grande chiasso. La mano arrivò infine al petto, bum…

mercoledì 18 aprile 2018

Earthrise


Ero di ritorno da Bologna, dove ero stato ad un concerto di Roger Waters[1]. Avevo convinto il caporedattore della testata del quotidiano locale dove lavoravo a farmi partecipare, naturalmente a spese dell’editore, per poter fare un articolo sull’evento. Avevo faticato molto a convincerlo, inventandomi una presunta malattia dell’ex bassista dei Pink Floyd, sconosciuta al grande pubblico, che lo avrebbe forse allontanato dalle scene. Questo concerto sarebbe quindi forse stato l’ultimo, ed il nostro giornale uno dei pochi ed essere presente. In realtà non era vero, avevo inventato questa bufala perché ero un fan sfegatato dei Pink Floyd, volevo esserci, e potevo sempre dire che ero stato io stesso vittima della bufala.

Negli ultimi anni andava sempre peggio, e mi mandavano sempre di meno ad eventi del genere. La crisi della carta stampata, dicevano. Ormai la crisi si era istituzionalizzata, era diventata modo di vivere. La maggioranza delle nuove e speranzose leve non conoscevano altro metodo che il tirare a campare di ormai praticamente tutti i quotidiani locali. Questa volta ce l’avevo fatta. Avevo dovuto promettere di ascoltare i nuovi album degli artisti locali per poi poterne scrivere, cosa che odiavo, per la cronica pochezza del panorama musicale nostrano.

Il concerto era stato memorabile, come da prassi Pinkfloydiana. Effetti sonori e visivi memorabili. Una riproposizione filologicamente accurata dei pezzi storici della grande band inglese, conditi da qualche brano di Roger Waters, tollerato, anzi applaudito, dal pubblico che però li considerava visibilmente mero antipasto in attesa delle prime note dei grandi brani.

Il concerto inizia con Speak To Me, dall’album The Dark Side of The Moon. I Pink Floyd erano maestri dell’attesa, del preliminare che solletica l’appetito. Tappeti di archi sintetici che partono dal silenzio di migliaia di ascoltatori estatici di cui ne provano la pazienza, conditi da effetti sonori al confine tra udito e visione. Breathe - respira, che poi parte la cavalcata di basso di One of These Days, dall’album Meddle, una cavalcata che sembra durare per sempre. Uno di questi giorni ti prendo e ti faccio in mille pezzi[2]. Ci vuole tempo per prendermi. Tempo – Time, dall’album The Dark Side of the Moon, parte con il basso con le corde stoppate che scandisce i secondi a lungo, finché non ci troviamo vecchi, un giorno più vicini alla morte[3]. Ma non abbiamo paura della morte, prima o poi succederà[4]. Se deve succedere, che succeda mentre ascoltiamo The Great Gig in the Sky, dell’album The Dark Side of the Moon. Roger Waters ci ha fatto una sorpresa, non una voce angelica, ma due angeliche e bionde coriste riprendono il meraviglioso e sofferente gorgheggio della cantante della canzone originale e ne raddoppiano lo spessore con un controcanto dalle trame strazianti e pacificatrici.

Sarebbe potuta finire qui, su questa vetta. Me ne sarei andato con un sorriso ebete e sensi appagati.

A seguire, un pugno nello stomaco. Welcome To The Machine, dall’album Wish You Were Here, ci porta giù nel profondo, dal paradiso delle voci sottili e del pianoforte, un gran coda bianco certamente, all’inferno dell’alienazione di una periferia imbruttita di industrie pesanti, e di sogni infranti. Benvenuti nel macchinario.

Roger Waters ci ha poi proposto alcuni dei suoi pezzi, belli, significativi, ma non ancora marchiati a fuoco nel cuore collettivo di noi piccoli ingranaggi del macchinario. Perdonaci, siamo lenti. Cantiamo i tuoi inni con quarant’anni di ritardo medio. Sarà che noi, ingranaggi del macchinario italiano siamo, e meritiamo di essere, pendolari dal ritardo cronico. Non è solo colpa nostra. Sono i treni. E’ il Governo. Con Mussolini arrivavano in orario, però. Roger, non ti possiamo capire, non mastichiamo bene l’inglese, purtroppo.

A seguire, un occasione perduta. Wish you Were Here, dall’album omonimo. La riproduzione del brano si discosta in due-tre punti dalla versione canonica, ortodossa, incisa da lunghe sessioni di ascolto nella nostra corteccia uditiva. É la voce di Waters che cambia la chiusura della melodia in alcuni punti essenziali. E’ una sua scelta personale. Il suo modo di dirci che può ancora scegliere.

Forse è giusto così. La canzone, come tutto l’album da cui è tratta, è una celebrazione dell’assenza. L’assenza di Syd Barrett, storico chitarrista dei Pink Floyd, incapacitato dagli eccessi. L’assenza del padre di Roger, perso durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo lo sbarco di Anzio. Crediamo di poter scegliere, tra il paradiso e l’inferno, tra il cielo ed il dolore. Poi finiamo a rinchiuderci nella nostra palla di vetro, come pesci rossi, anno dopo anno[5].

Poi l’apoteosi. Il carnevale. Another Brick in The Wall. Noi, che nel celebrare lo slogan anti-omologazione gridiamo di non volere allineare i nostri pensieri, lo facciamo in diecimila, con la stessa intonazione e portando lo stesso tempo. Roger, vergognati. Avrai mica fatto la fine dei maiali di Orwell? Invece di regalarci la libertà ci hai vestito a festa la prigione, ci hai abbellito il macchinario. Chissà se ci pensi ancora, o se per te è un lavoro come un altro. Io scribacchino di un giornale locale, tu perno di uno spettacolo ben oliato che genera danaro e regala illusioni di giovinezza e libertà. In ultima analisi, entrambi ingranaggi del macchinario.

A seguire due brani dell’album Animals, Dogs e Pigs, conditi da immagini violente di poveri che piangono e potenti che se la ridono. Per fortuna il mio inglese non mi fa capire quel testo demenziale con tribune elettorali.

Inizia un suono di monete e vecchi registratori di cassa a ricordarci qual’è il motore del macchinario guidato dai potenti di prima. Finalmente parte l’inusuale ritmo in sette quarti di Money, iconico incipit musicale dall’album Dark Side of The Moon, per la gioia del pubblico. Altre immagini distopiche a raccontarci la sofferenza dei troppi poveri, e la presunta serenità e perfino allegria dei pochi ricchi e potenti, tra cui diversi potenti italiani. Forse una narrativa, se pur duramente reale, inutile. Ti piace vincere facile? Chi oserebbe non essere d’accordo con te? Che ne facciamo di tutto ciò? Tu potresti fare di più, hai una grande responsabilità. Hai un esercito, solo stasera, di diecimila persone che marciano al tuo ritmo, come i martelli che fanno il passo dell’oca nel video di The Wall. Ripensandoci, magari lo fai, magari oltre ad aizzarci senza offrire soluzioni, fai qualcosa per questi poveri. Cosa fai? Possiamo aiutarti?

Inizia il brano che dà il titolo al tour, Us and Them, ancora dall’album The Dark Side of the Moon. Intelleggo solo una frase della canzone, and who knows which is which and who is who. Da che parte stiamo, o meglio, quali sono le parti? Destra e Sinistra? Sopra e sotto? Comunismo e Fascismo? Socialismo e capitalismo? Cristiani e Musulmani? Di quale tribù faccio parte? É la domanda che è sbagliata, non fatemela più.

Rifletto su questo, che è sempre una buona cosa, mentre altri brani via via si alternano, uno dei brani di Roger Waters solista, e poi via via Brain Damage ed Eclipse, entrambi dall’album Dark Side of the Moon e Mother dall’album The Wall.

L’inizio dell’ultimo brano mi riportano al concerto. Comfortably Numb, anche questo dall’album The Wall. Due meravigliosi assoli di chitarra che ti riportano in pace con il mondo. É la fine della messa, andate in pace. Roger, tu ed i tuoi vecchi compagni avete fatto della musica stupenda.

Comfortably Numb, confortevolmente insensibile. Questo siamo diventati. Le immagini di poveri che rimestano le discariche sono parte di uno show ben congegnato, bellissimo, struggente, ma in ultima analisi un macchinario. Welcome to the Machine.

Mentre scrivevo queste note, ripensando al concerto, immaginavo di scrivere i miei pensieri così come si erano generati, nell’articolo. Mi sembravano vivi, andavano al cuore di ciò che sentivo, di ciò che volevo comunicare. Dovevo tornare al mio macchinario. Potevo offrire riflessioni così fuori dal coro in un quotidiano di provincia, peraltro politicamente ben schierato? Tornai indietro e corressi con decisione. Destra e sinistra sono necessari, non sono mica tribù. Limai i commenti che non si allineavano alla visione politica dei lettori e decisi di mantenere un tono di maggiore ammirazione dell’artista per tenermi buoni tutti i suoi ammiratori, evitando (quasi) qualsiasi riflessione critica, se non un accenno, per darmi un tono intellettuale. Avrei preferito tenere l’originale, ma come tutti gli italiani, sono padre di famiglia anch’io.

Avevo ancora un paio d’ore prima del volo di ritorno, ed a malincuore mi decisi ad ascoltare i tre album degli artisti locali, su cui avrei dovuto scrivere recensioni. Iniziai dagli artisti che conoscevo, e sui quali avrei dovuto scrivere bene. Li ascoltai velocemente, giusto per confermare che non c’erano sorprese, ed avrei copiato ed incollato l’articolo dell’anno prima, con minime modifiche, per non scoprire il gioco. Il primo era un cantante melodico, tre accordi e via. Sempre innamorato, beato lui, e dalla rima facile. Il secondo non era male, mi era simpatico. Era un rock sincero, magari non memorabile, ma orecchiabile. Cantava in inglese, e la pronuncia era scorretta. Avrebbe, forse, funzionato in provincia, ma sarebbe stato ridicolizzato altrove.

Il terzo artista non lo conoscevo. Usava lo pseudonimo di Jim Grimble. Cissà perché, immaginavo che avesse un nome inutilizzable da artista, tipico delle parti nostre, tipo Oronzo Guadalupi o Vito Melpignano.

L’album si chiama Earthrise. La foto di copertina rappresenta la fotografia della NASA chiamata appunto “Earthrise”, in italiano “Il Sorgere della Terra”.

Earthrise è il titolo della famosissima foto che rappresenta la Terra, parzialmente in ombra, con in primo piano la superficie lunare, non appena ritorna visibile all’Apollo 8 che orbita la luna, come appunto il sorgere del sole. La foto è una foto pesante. È ritenuta una delle fotografie più influenti mai scattate, tanto da essere inclusa nella lista delle "100 fotografie che hanno cambiato il mondo".

Anche il primo brano si chiama Earthrise. Lo ascolto. È un brano strumentale, ricorda molto un brano degli E.S.T. (Esbjörn Svensson Trio), un trio jazz svedese che ho molto amato. Purtroppo il leader del trio morì durante un immersione a mare, a pensarci bene una morte simile a quella di Jeff Buckley.

Cerco di ricordarmi il brano in questione. Si tratta di “From Gagarin's Point of View”. Curiosa citazione, entrambi i titoli sono dal punto di vista di persone nello spazio, rispettivamente Yuri Gagarin e l’equipaggio dell’Apollo 8. Ascolto il brano degli E.S.T. In effetti hanno un atmosfera ed un architettura molto simile. Provo a riascoltarli entrambi, non è che il nostro amico Jim ha copiato, sperando nel fatto che gli E.S.T. non siano conosciutissimi da noi? In effetti le melodie sono diverse, così come la linea di basso: tecnicamente diversa, ma funzionalmente simile. Indubbiamente una citazione, ma non una copia, almeno non mi sembra. Jim inizia ad intrigarmi, ha frequentazioni musicali interessanti ed ispirazioni non ovvie. Certo, il pezzo è strumentale, non avrà mai successo.

Passo al pezzo successivo. Il titolo è SS16, Strada Statale 16? Probabilmente si, visto che parte da Otranto, passa per tutta la nostra provincia e finisce a Padova. Anche questo pezzo è strumentale. Anche questo mi sa vagamente di già sentito, dove? Provo a ripassare a mente i musicisti di jazz moderno leggero. Non mi viene in mente. Vado su Spotify, scorro artisti simili: Mammal Hands? Trio Elf? Tingvall Trio? Finalmente credo di trovarlo, si tratta di Hopopono dei GoGo Penguin. In questo caso non è una somiglianza così ovvia. Anche in questo caso è più il senso del brano simile, ma la melodia e gli accordi sono diversi. Jim mi intriga, non sarà il nuovo Miles Davis, ma quanto meno il suo album mi da la soddisfazione che deve avere il Commissario Montalbano quando trova il colpevole.

Il terzo brano è spiazzante, strano. Il titolo è No Way Out. Non viene alla mente nessun altro brano. Un leggerissimo accenno di già sentito a metà del pezzo, ma nel suo insieme mi suona nuovo e diverso da altre cose che ho sentito. Armonie atonali all’inizio ed alla fine. Accordi diminuiti e scale esatonali. Nel mezzo una parte tonale, anche se con cambi di accordi non banali, poi una parte in Re minore, per poi finire in esatonale. Il ritmo sembra essere un cinque quarti, in altre parole una condanna a morte per un pezzo musicale. L’unico pezzo di successo con una metrica dispari è Money dei Pink Floyd, poi si scende giù ai pezzi di jazz di Dave Brubeck (Take five il pezzo – splendido – più noto) o al prog rock più ostico degli anni 70. Insomma, un pezzo destinato al dimenticatoio: metrica dispari, armonie atonali e pezzo strumentale. Mi viene in mente la somiglianza che avevo trovato in un breve frammento nel mezzo, sembra, sia armonicamente che melodicamente, simile ad una Gnosienne di Satie. La cerco su Spotify e ne ho conferma, si tratta della Gnosienne n. 3. Il Commissario Montalbano de noantri ce l’ha fatta un’altra volta.



[1] Tour “Us+Them” 2018 di Roger Waters. Concerto del 25 Aprile 2018 all’Unipol Arena
[2] Dal testo di One of These Days
[3] Dal testo di Time
[4] Dal testo di Great Gig in the Sky
[5] Dal testo di Wish You Were Here

martedì 13 marzo 2018

Octopoli

Circa 13.5 miliardi di anni fa, l’universo, come lo conosciamo adesso, si è formato attraverso ciò che adesso conosciamo come “Grande Botto”.

Circa 3,8 miliardi di anni fa, nel nostro pianeta chiamato Octopoli, il terzo del nostro sistema planetario a partire dalla nostra stella, certe molecole si sono combinate in modo da formare degli organismi replicanti, in osservanza delle leggi della chimica e della fisica stabilite dal Grande Essere per questo universo.

Circa 500 milioni di anni fa un ramo fondamentale di esseri viventi, che contiene i molluschi, si separa dagli altri esseri viventi. Circa 300 milioni di anni fa, i cefalopodi si separano dagli altri molluschi, e diversi milioni di anni dopo, gli octopodi si separano dagli altri cefalopodi.

A questo punto le date diventano meno precise, a causa della difficoltà di datare i genomi su intervalli di tempo più ridotti. Circa 2 milioni di anni fa un nostro antenato, l’Octopus Vulgaris si separa dai nostri cugini, tra cui l’Octopus Rubescens e l’Octopus Tehuelchus, e forma un ramo proprio dell’albero della vita. Circa 1.5 milioni di anni fa una nuova specie, l’Octopus Habilis, appare sulla scena, con l’estinzione più o meno nello stesso periodo dell’Octopus Vulgaris, forse a causa dalla maggiore intelligenza dell’Octopus Habilis nello sfruttare l’ambiente. Alcuni studiosi ipotizzano che l’uscita di scena del Vulgaris sia stata anche dovuta alla cannibalizzazione degli esemplari di Vulgaris da parte degli Habilis, ma non ci sono risultati conclusivi che dimostrino ciò, anche se altre specie di octopodi mostrano preopensione al cannibalismo, in certe situazioni.

Il periodo che va da circa 300 mila anni fa a circa 50 mila anni fa, vede la comparsa dell’Octopus Sapiens, strutturalmente meno robusto del cugino Habilis, ma molto più intelligente. Anche in questo caso, ma più gradualmente, il cugino di intelligenza inferiore viene costretto all’estinzione. Anche in questo caso ci sono molte suggestioni che sembrano indicare il cannibalismo tra specie simili come una concausa. Tra queste suggestioni, anche il tabù culturale tipicamente octosapiens, contro il cannibalismo.

Circa 50 mila anni fa, organismi appartenenti alla nostra specie, l’Octopus Sapiens, iniziarono a creare strutture ancora più elaborate chiamate “cultura”. Lo sviluppo successivo di queste culture Octopodiane è chiamato storia.

Tre importanti rivoluzioni hanno segnato il corso della storia: la rivoluzione cognitiva, che di fatto ha iniziato il corso della storia come la conosciamo 50 mila anni fa; la rivoluzione alimentare, che ha velocizzato la storia circa 10 mila anni fa e la rivoluzione scientifica che è iniziata solo 300 anni fa, ma rischia di finire la storia o di modificarla radicalmente. Questo racconto narra la storia di come queste tre rivoluzioni abbiano avuto impatto sugli Octopus Sapiens e gli altri organismi di Octopoli.

La conquista di Octopoli

Gli octosapiens non sono nè i più forti, nè i più veloci animali di octopoli. Non hanno corazze per proteggersi, nè scheletri per sorreggersi. Come hanno fatto questi umili rappresentanti del regno animale a conquistare Octopoli e a diventarne di fatto i dominatori? Parecchia ricerca ha cercato di fare luce su questo, ne faremo qui brevi cenni.

Sviluppo cerebrale e locomozione a getto hanno permesso di utilizzare, fin dai primi antenati dell’octosapiens attuale, i tentacoli come mezzo per costruire ed utilizzare strumenti e fare evolvere molte delle varie attività, liberandole da compiti di locomozione. Uno degli elementi che ha differenziato gli octosapiens dagli altri animali è senz’altro l’abilità dei propri tentacoli, che condividiamo con altri octopodi e molluschi. L’elongazione dei tentacoli, e lo sviluppo del sistema nervoso per il loro controllo fine ha permesso l’acquisizione di progressive abilità pratiche e capacità tecniche.

L’evoluzione degli octosapiens è caratterizzata da un certo numero di importanti tendenze fisiologiche, incluse l’espansione del cervello e del sistema nervoso, che arriva ad un volume di 630 centimetri cubici, oltre il doppio di altri octopodi o dei decapodiformi (calamari o seppie). L’aumento del volume del cervello ha permesso lo sviluppo di relazioni sociali di maggiore complessità, mentre l’espansione del sistema nervoso ha permesso da un lato, un maggiore controllo sui movimenti dei tentacoli ad un livello molto superiore ai nostri cugini, e dall’altro un finissimo controllo sui cromatofori dell’epidermide. Quest’ultima capacità, inizialmente utilizzata a scopo di mimetizzazione, è stata via via utilizzata a scopo di comunicazione tra individui, fino ad utilizzare una effettiva larghezza di banda nella comunicazione, in altre parole quantità di informazione per unità di tempo, di gran lunga superiore a qualsiasi altro animale.

Vi sono diversi altri animali dotati di discreta intelligenza. Tra in nostri cugini più vicini, altri octopodi le varie specie di seppie e calamari, ed in modo particolare la seppia ed il calamaro giganti.  Questi ultimi condividono con noi la capacità di controllare i cromatofori, ma soltanto a scopo mimetico, o di comunicazione di base.

Vi sono anche sorprendenti isole di intelligenza in animali a noi molto distanti. Per rimanere in ambiente marino, vi sono molte specie di delfini che hanno una spiccata intelligenza, come gli octosapiens del passato imparavano a proprie spese. Nel passato molti octosapiens finivano in pasto ai delfini, se incautamente trovati a nuotare in acque libere. Oggi, naturalmente questo non succede più, se non in rari casi isolati.

Uscendo dal mare, ed immergendoci nell’aria vi sono altre strane specie di rimarchevole intelligenza. Tra queste alcuni uccelli, animali che si muovono con molta agilità nell’aria, ed in particolare i corvi ed alcuni pappagalli. Altri animali di notevole intelligenza sono i suini, animali che vivono spostandosi sul fondo dell’atmosfera e i primati, tra cui lo scimpanzè e l’uomo.

Alcuni scienziati sostengono che questi ultimi sono quanto di più vicino possiamo immaginare ad un intelligenza aliena. Vivono legati al margine dell’atmosfera, spostandosi su due arti (l’uomo) o su quattro (lo scimpanzè). Hanno un controllo dei propri arti superiori sorprendente, e riescono persino ad usare strumenti, generalmente utilizzando le mani, appendici prensili poste all’estremità degli arti.

L’uomo lavora comunemente le pietre per renderle conformi alle proprie varie necessità (cacciare, tagliare, eccetera). L’uomo, ed altri primati, riescono a comunicare attraverso vibrazioni che emettono nell’aria. Uno dei limiti di questa forma di comunicazione è la stretta larghezza di banda. In altre parole, poche informazioni alla volta possono passare da un uomo ad un altro. Per paragonare questo dato alla comunicazione degli octosapiens basti pensare che la comunicazione dell’uomo è monodimensionale (l’aria può condurre una sola serie di vibrazioni alla volta) mentre la comunicazione degli octosapiens è bidimensionale (possiamo mostrare immagini con altezza e larghezza). Matematicamente, se un uomo passa n informazioni, l’octosapiens ne può passare n al quadrato. Secondo alcuni scienziati, questo è il limite fisiologico che non ha permesso all’uomo di evolversi ulteriormente.

Altri animali che mostrano aspetti di sorprendente intelligenza includono gli insetti, tra cui le api che hanno una vita sociale molto articolata, e le termiti, capaci di veri e propri capolavori architettonici, ed alcuni ragni.

Come detto, alcuni di questi animali sono nostri cugini, mentre altri sono molto distanti da noi, geneticamente. La relazione tra noi e loro è esemplificata nell’albero filogenetico mostrato in figura 1.

Figura 1 - Albero filogenetico che evidenzia alcune specie di elevata intelligenza e la relazione tra esse e gli octosapiens.

La rivoluzione cognitiva

Instintivamente ci rendiamo conto che gli octosapiens sono superiori a tutte le altre specie, grazie alla loro intelligenza. Ma cosa vuol dire questo, esattamente? In che senso siamo superiori? Concetti che vengono in mente nel descrivere questa differenza includono consapevolezza, coscienza, comprensione. Filosofi hanno dedicato libri nel definire con precisione questi termini nel contesto in cui li abbiamo qui introdotti, ma noi li useremo nel loro senso “comune” senza preoccuparci di definizioni accurate.

Alcuni autori propongono una tassonomia di quattro gradi , rispetto alle competenze necessarie per definire la capacità di comprensione:

• Creature con apprendimento cablato: in questo grado la comprensione della specie è totalmente scritta nel loro codice genetico. I piccoli della specie nascono sapendo tutto ciò che gli serve. Nessuna esperienza contribuisce a modificare il loro comportamento. In altre parole, l’unico determinante della loro comprensione è il processo di selezione naturale, formulato e descritto da  Kkhljui . Esempi includono: le poseidonie, le alghe, i coralli.

• Creature con apprendimento basato su condizionamento operante: in questo grado la comprensione della specie è anche derivata da semplici esperienze come negli esperimenti di  Gkhutcj ove diverse specie animali sono state indotte ad imparare nuovi comportamenti in base a semplici condizionamenti ove specifiche risposte sono state istigate con delle gratificazioni o  specifici comportamenti estinti se associati a delle punizioni. Tutti gli octosapiens che possiedono una piccola seppia sanno che con le polpette di gambero si possono insegnare ai loro piccoli amici comportamenti complessi. Altri esempi includono: i carangidi, diverse specie di granchi, le aragoste. 

• Creature in grado di simulare scenari futuri: in questo grado, la comprensione include la possibilità di creare modelli e simulazioni più o meno semplici in modo da “fare morire le ipotesi al posto loro” come ha scritto Dgaenlkd  . Questo livello di competenza è raggiunto da pochi animali, tra cui alcune specie di nostri cugini, gli octopodi, i delfini, alcuni primati e l’uomo.

• Creature che possiedono strumenti di pensiero: in questo livello di competenza, raggiunto solo dagli octosapiens, come scritto da Pfownals  . Qui gli individui hanno un arsenale di strumenti di pensiero astratti e concreti, quali il linguaggio, la matematica, il metodo scientifico, e molti altri ancora.

I quattro gradi presentati sopra sono indicativi, e sono probabilmente parte di un continuum piuttosto che quattro classi discrete e disgiunte. Quel che è certo è che gli octosapiens formano una categoria a parte, e sono gli unici membri dell’ultima classe - con netto distacco dagli altri esseri viventi. Come è nato questo distacco?

Non c’è certezza su questo, non essendoci evidenze materiali fossili o scritte. Molti studiosi presumono che il linguaggio sia stato il catalizzatore di questi cambiamenti, probabilmente insieme ad una aumentata propensione sociale. Ci sono evidenze, anche se non conclusive, che i nostri antenati Octopus Vulgaris avevano scarse propensioni sociali, se non in rari casi. Probabilmente ad un certo punto un miglioramento nella capacità comunicativa ha innescato migliore comprensione e socialità tra i nostri antenati, a sua volta incoraggiando ulteriori miglioramenti nel linguaggi, iniziando un circolo virtuoso. La possibilità opposta è anche possibile, e per certi versi più probabile: una maggiore socialità, dettata da variazioni genetiche in individui di una specifica popolazione o da un ambiente dove la maggiore socialità garantiva migliori garanzie di sopravvivenza e riproduzione può aver catalizzato un utilizzo intenzionale delle capacità mimetiche a scopo comunicativo. Alcuni studiosi sostengono che sebbene il controllo dei cromatofori dei nostri antenati Vulgaris fosse più grezzo rispetto al nostro, sarebbe stato sufficiente a comunicare in modo abbastanza complesso. Simulazioni in merito sembrerebbero confermare questa ipotesi.

Una significativa accelerazione di questo circolo virtuoso sembra avvenire circa 50 mila anni fa. Dal linguaggio alla rappresentazione simbolica su foglio di posidonia (4 mila anni fa) fino alla digitalizzazione a base di triplette binarie sui moderni sistemi di stoccaggio e manipolazione informativa (50 anni fa), il passo è breve, almeno in termini di intervalli di tempo evolutivi. Il linguaggio, e la sua rappresentazione, sono quindi la base di tutti gli strumenti di pensiero che rendono gli octosapiens il pinnacolo dell’evoluzione. Basti come esempio la matematica, che può essere vista come una formalizzazione specifica del linguaggio, quasi una branca a parte, nata in parte per risolvere problemi specifici, ed in parte sviluppata per considerazioni quasi estetiche, anche in assenza di applicazioni pratiche, che pure, in alcuni casi specifici sono pure avvenute .

La rivoluzione alimentare

Per milioni di anni la dieta degli octopodi è consistita prevalentemente di molluschi bivalvi e crostacei, e, pur occasionalmente, pesci e molto altro ancora, adattandosi egregiamente alle situazioni più eterogenee.

Questo è iniziato a cambiare 10 mila anni fa circa, quando gli octosapiens iniziarono a dedicare la maggior parte del loro tempo a manipolare la vita di alcune altre specie di esseri viventi. Questo ebbe inizio nella punta estrema della penisola  del Mediterraneo, quando alcuni octosapiens iniziarono a rendersi conto che i mitili si sviluppavono in modo spontaneo lungo alcune semplici piccoli bastoni o paletti che gli octosapiens conficcavano in terra per delimitare le zone di caccia, prevalentemente in zone poco profonde. Quando i primi miticoltori appresero il ciclo di crescita delle cozze cominciarono a costruire i collettori artificiali per coltivare i mitili ed ottimizzare il ciclo di semina, crescita e raccolta. In realtà, in tempi diversi la rivoluzione ebbe luogo in varie aree del mondo e portò alla transizione da uno stile di vita di sussistenza, basato su raccolta e caccia all'addomesticazione e coltivazione di alche, piante ed animali.

La rivoluzione alimentare ebbe profondissime conseguenze non solo sull'alimentazione octosapiens ma anche sulla struttura sociale delle antiche comunità di octosapiens. Mentre le comunità prima della rivoluzione alimentare erano tipicamente semi-nomadi all’interno di specifici habitat,  in gruppi di piccole dimensioni, tipicamente da 10 a 50 elementi, e poco strutturate da un punto di vista sociale, fu l'introduzione della coltivazione di mitili e specie edibili simili a dare il via allo sviluppo di comunità sedentarie di sempre maggiori dimensioni, progressivamente strutturati in comunità di dimensioni maggiori. L'incremento della densità di octosapiens in spazi più ristretti a sua volta favorì e condusse alla strutturazione della società octopode e, come conseguenza di una divisione del lavoro, alla nascita di forme di amministrazione politica più complesse, nonché al commercio. Inoltre, attraverso l'insediamento stabile e la possibilità di contare su fonti di sostentamento stabili, l’octosapiens iniziò in questo periodo a manipolare l'ambiente a proprio vantaggio. I più antichi esempi noti di società includono i  , che furono anche i primi a lasciare tracce scritte della propria esistenza, la cui nascita quindi segna anche il passaggio dalla preistoria alla storia.

Una delle statistiche che meglio può chiarire l’impatto di questa rivoluzione su octopoli è la seguente: alcuni studiosi stimano che la biomassa degli octosapiens e di tutte le specie addomesticate era circa lo 0,1% di tutta la biomassa all’inizio della rivoluzione, mentre adesso si stima sia intorno al 32% del totale, ed addirittura il 93% se si considerano solo la biomassa delle specie di dimensioni più grandi (che hanno peso medio indicativo maggiore di 10 grammi).

La rivoluzione scientifica

La scienza nasce con l’Octopus Sapiens. In qualche modo tutti gli esemplari della nostra specie (e forse anche di altre specie, in modo più semplice?), in un modo o nell’altro, cercano di formare un modello del mondo che li circonda. Questo modello è un tentativo di spiegarsi il funzionare e l’agire di agenti ed elementi dell’ambiente naturale con cui i nostri antenati interagivano. Inizialmente, indubbiamente, questo modello è intuitivo ed individuale o, al massimo, condiviso informalmente tra pochi individui o all’interno di piccole comunità. La caratteristica di questi modelli o proto-teorie scientifiche è la verosimiglianza. In altre parole, hanno la qualità dei buoni racconti: sono verosimili ed interessanti. La rivoluzione scientifica identifica il periodo storico in cui questi modelli, ed i metodi per definirli e verificarli, diventano più formali e, soprattutto, più sistematici e rigorosi.
Tradizionalmente, si fa iniziare la rivoluzione circa 300 anni fa, periodo nel quale alcuni modelli – alcune teorie scientifiche - specialmente in chimica e biologia, si affermano non come racconti verosimili, ma come sistemi verificabili. Forse un po' meno interessanti – questo è opinabile, ma certamente più che verosimili: verificabili. Grazie a queste prime timide teorie, che aprono la strada ad un metodo scientifico inizia un’accelerazione di scoperte e metodi che via via si rafforzano l’un l’altro creando ulteriore accelerazione. Questa accelerazione continue a tutt’oggi, e non vi sono elementi che facciano pensare ad un rallentamento, se non, potenzialmente, una distruzione dell’ambiente da parte dell’octosapiens stesso, dovuta ai troppi cambiamenti, troppo velocemente, provocati nell’ambiente. Per rendersi conto dei cambiamenti operati dall’octosapiens al nostro pianeta, si pensi al cambiamento delle proporzioni relative della biomassa cui facevamo riferimento in precedenza. Cambiamenti di queste dimensioni prima avvenivano in tempi relativamente lunghi, mentre adesso avvengono nello spazio di poche generazioni.

Come dicevamo, per consuetudine, ci si riferisce alla rivoluzione scientifica come il periodo nel quale gli sviluppi in chimica e biologia inizialmente, ma poco dopo anche in matematica e fisica, trasformarono la visione della società degli octosapiens riguardo la natura. Anche questa rivoluzione, curiosamente, ebbe inizio nella penisola del Mediterraneo, dove varie comunità di octosapiens iniziarono a immergersi nell’atmosfera per sfruttarne le risorse, fino ad allora non utilizzate. Questo cambio di ambiente ha portato a cambiamenti di prospettiva nella visione delle cose, ed in particolare alla ricerca di similarità e differenze tra il nostro ambiente naturale e l’atmosfera (e successivamente anche oltre l’atmosfera). Questo afflato speculativo, inizialmente provocò la nascita di una serie di teorie tra cui quelle più note di   e  , che pur avendo una certa coerenza interna ed abilità di spiegare alcuni fenomeni, non potevano spiegarli tutti. Finalmente, con l’opera di alcuni scienziati quali   e  , che nell’ambito rispettivamente della chimica e della biologia, oltre ad offrire delle teorie plausibili, si sforzarono di dimostrarle con osservazioni ed esperimenti, solidificando così un metodo scientifico, oltre che delle teorie scientifiche. La Rivoluzione scientifica è quindi un movimento di pensiero che, a partire dall'opera di questo scienziati, trova i suoi filosofi ed esprime la sua più matura configurazione nell'immagine dell'universo come organismo. Questa visione aveva dei vantaggi, permetteva di isolare l’osservazione dei fenomeni ad un livello specifico di complessità ed astrazione - l’organismo, ignorando la complessità insita nell’organismo stesso. Questo permetteva di trovare leggi generali ad ogni livello di astrazione su cui si voleva concentrare l’indagine scientifica.
Dopo un certo numero di successi, questo approccio mostra dei limiti. Mentre tende a spiegare i fenomeni nella loro unità, non permette una dettagliata comprensione delle parti. Circa 50 anni dopo, con il maturare di altre scienze quale la fisica, in particolare con le scoperte di  , ci fu un raffinamento degli strumenti matematici rispetto a quelli relativamente semplici usati in chimica e biologia, e la visione dell’universo rapidamente si modificò da “organismo” a “meccanismo”. Anche questa visione aveva vantaggi e svantaggi, ma rapidamente gli scienziati octosapiens abbracciarono entrambe le prospettive, usando la più appropriata di volta in volta.

La formazione di un nuovo tipo di sapere che necessita del continuo controllo dell'esperienza, richiede un nuovo tipo di “esperto” che non è ne il filosofo, né il mago né il commentatore di segni antichi; il nuovo “esperto” è lo scienziato moderno, che usa metodi e strumenti sempre più precisi, e che riesce a fondere la “teoria” con la “pratica”. Il rapporto tra scienza e tecnologia è un fenomeno che si è creato negli ultimi secoli; nel passato, lo sviluppo di nuove tecnologie, era primariamente condotto da artigiani, che in generale procedevano per tentativi non sempre avendo una base teorica per i loro sforzi. In realtà, il dominio degli octosapiens sull’ambiente, parte dalla scienza, ma si realizza negli sviluppi tecnologici, che sono sia conseguenze sia catalizzatori delle scoperte scientifiche.

Sono questi sviluppi tecnologici che permettono all’octosapiens di vivere ed operare su tutto il pianeta, nei mari, nell’atmosfera ed anche sotto il fondo del mare e dell’atmosfera. Il pianeta, in conseguenza di questi sviluppi tecnologici, e delle modifiche operate dall’octosapiens, non è più lo stesso, e questo ha connotazioni sia positive che negative. La popolazione degli octosapiens, adesso, non è più una specie come le altre, che raccoglie e caccia quanto la natura gli mette a disposizione, e scappa, in quanto preda di altre specie, giocando il proprio numero nell’estrazione a sorte della propria esistenza bruta e breve. L’octosapiens decide i destini del nostro pianeta – e forse dovrebbe farlo con più rispetto e cognizione di causa. Dopo aver quasi portato all’estinzione migliaia di specie, tra cui alcuni partecipanti alla corsa evolutiva all’intelligenza, gli uomini e molti altri primati, l’octosapiens ha fatto ammenda e ha creato degli habitat per assicurare che ogni specie di Octopoli abbia pieno diritto di residenza sul nostro pianeta.

Chissà cosa pensano gli uomini, quando ci guardano da dietro le loro gabbie in attesa del loro pasto quotidiano, e se ci giudicano loro carnefici o loro salvatori.


martedì 5 dicembre 2017

A forza di essere vento

Come fanno a vivere in questo modo gli zingari, in questo campo che puzza di urina. Guarda quel piccino, avrà cinque, sei anni. Quant’è sporco. Non si lavano mai? Sicuramente tra poco verrà mandato a fare la carità. I genitori impostano i figli da piccoli, a realizzarsi in una vita da parassita. Il passo accelera, la testa si gira dall’altra parte. Finalmente arrivo alla fermata dell’autobus, spero che arrivi presto che qui non mi sento molto sicuro.

Perché mi guarda con questo sguardo cattivo? Sono un bimbo, si dovrebbe sorridere ai bambini, così dice la mamma. Ma i gagé sono diversi da noi, mi hanno detto. La mamma mi dice sempre di non fidarmi di loro. Il padre del nonno è stato ucciso da loro tanti anni fa, durante la guerra. In quella guerra, il porajmos lo chiama mia madre, hanno ucciso milioni di noi. Milioni sono tanti, tantissimi, mi hanno spiegato. Ma i gagé non se ne ricordano. Come ci si può dimenticare di aver ucciso milioni di uomini e donne? Sono un bimbo, non capisco queste cose ancora. Ma quando sarò grande e capirò meglio glielo spiegherò bene, non si possono dimenticare queste cose. Gli spiegherò anche che non va bene comportarsi così, bisogna sorridere a tutti i bambini.

Mi giro nuovamente a guardare verso il campo, per assicurarmi che non vangano a darmi fastidio. Ecco, il bimbo si incontra con altri due bimbi. Ridono e scherzano, come tutti i bambini. La mamma del bimbo esce dalla roulotte, lo accarezza e lo saluta con un sorriso ed un abbraccio. L’affetto delle mamme è universale, almeno questo. Vanno a chiedere l’elemosina in città, probabilmente. Ma non dovrebbe esserci l’obbligo di andare a scuola? La polizia, gli assistenti sociali non dovrebbero vigilare ed obbligare questa gente a far studiare i propri figli? Beata innocenza, adesso non capiscono cosa perdono, non capiscono a cosa sono condannati.

Anche oggi si va in città a caritare. Non mi piace molto, ma anche noi bimbi dobbiamo aiutare mamma e papà. Non mi piace, perché in città ci guardano male. Non capiscono che bisogna sorridere ai bambini. Alcune mamme ci sorridono, però non sono molte. Molti bambini, specialmente quelli più piccoli ci sorridono, spesso le loro mamme li tirano via. Non lo so, mi sembra che noi bambini siamo simili, forse diventiamo diversi quando cresciamo. Non capisco queste cose, sono solo un bambino. Non mi sembra giusto tirare via un bambino che sorride e vuole giocare con un altro bambino. Quando sarò grande glielo spiegherò che non va bene comportarsi così.

L’autobus ancora non arriva. Per fortuna arriva altra gente, neanche loro molto raccomandabili però, a ben guardare. Un gruppo di ragazzi, forse tifosi di una squadra di calcio, con delle birre in mano. Urlano male parole contro la mamma del bimbo, che stava lavando qualcosa in un catino. La signora capisce che non è aria e rientra nella roulotte senza guardarli. Speriamo che non vada a finire male. Uno inizia a tirare un sasso sul tetto della roulotte. Il gruppo fa quello che i gruppi di ragazzi di poca intelligenza ed educazione fanno, si sfidano a chi è il più coraggioso (o forse il più tonto). Il secondo prende un sasso più grande lo lancia. Il terzo rompe una delle finestre della roulotte. Ridono. Quattro ragazzi ancora non hanno lanciato nulla. Forse dovrei chiamare la polizia.

Mentre andiamo in città, facciamo a gara a chi è più veloce. Io non sono molto veloce, e preferisco cambiare gioco. Inizio a calciare un barattolo. Sfido gli altri a chi riesce a mandarlo più lontano, mentre corriamo. Iniziano ad esserci più macchine, cambiamo gioco. Adesso giochiamo agli indovinelli. Sono bravo a questo gioco. Finalmente arriviamo in piazza. Ognuno di noi si sceglie un semaforo per chiedere la carità. Mi avvicino al mio semaforo. Scatta il rosso. Faccio la faccia triste e mi avvicino alle macchine chiedendo la carità e recitando le benedizioni che mi ha insegnato la mamma. Secondo me è vero, il buon Dio aiuta la gente generosa. Alcuni mi danno delle monete, molti altri no. Non sono sicuro che tutti quelli che mi danno dei soldi siano generosi però: mi sembra che spesso me li diano solo per farmi andare via. Come se io gli dessi fastidio. Non mi piace dare fastidio. Come posso caritare senza dare fastidio? La mamma dice di non preoccuparmi, ma non mi piace, non mi piace quando mi danno i soldi per mandarmi via. Chissà dove li prendono i soldi i gagé. Sono solo un bimbo, ma quando sarò grande vorrei capire meglio tutte queste cose. Sicuramente avrò tanti soldi, e li darò a tutti i bimbi che me li chiederanno.

Gli ultimi quattro esitano. Uno lancia la bottiglia di birra vuota contro la roulotte. Un altro lo imita ed urla male parole contro gli zingari. Gli ultimi due confabulano. Si allontanano dietro un muro. Finalmente. Saranno pure dei ladri, e degli sporcaccioni, ma non è giusto tirargli delle pietre. Chissà qual’è la cosa giusta. Chissà se mandandoli a scuola da piccoli non si riesca a renderli più civili e ad adeguarsi alla nostra cultura. Non c’è più spazio per queste enclavi di arretratezza, inciviltà nel nostro paese: è anacronistico. Non è giusto non dare a questi bambini una istruzione ed un modo di guadagnarsi il pane onestamente. Però, anche loro dovrebbero capire che non possono andare avanti così. Dovrebbero fare di tutto per mandare i loro figli a scuola ed inserirli nella società civile.

Vedo che all’angolo della piazza arrivano i vigili. Rapidamente raccolgo le mie cose e faccio segno ai miei compagni. Abbiamo già raccolto qualche soldo. Magari torniamo più tardi. Passiamo davanti ad una scuola, mentre escono i bambini. Per qualche minuto veniamo investiti da una folla di bimbi come noi. Sorridono tutti. Sorridiamo anche noi. Ci lasciamo trasportare dalla folla e corriamo con loro. Per un attimo siamo uguali. Le mamme corrono verso di loro e li tirano lontano da noi. Ci riconoscono sempre. Credo che sia perché loro hanno sempre abiti nuovi e noi no. Che senso ha cambiare abito più volte al giorno? Che spreco. Che senso ha farsi la doccia tutti i giorni? La mamma dice che è una loro fissazione, e che tra l’altro, fa male alla pelle. Dovremmo spiegarglielo. Adesso sono piccolo, ma non appena avrò l’età giusto glielo farò capire senz’altro. Corriamo verso casa.

L’autobus ancora non arriva. Sento delle voci, mi giro. I ragazzi sono tornati, questa volta con il cappuccio della felpa tirato sulla testa. I due che mancavano all’appello hanno due bottiglie con uno straccio che ne esce dal collo. Accendono la prima bottiglia con un accendino e la lanciano contro la porta della roulotte. La seconda viene lanciata contro il fianco. Gli idioti scappano. Forse dentro la roulotte c’è la mamma del bimbo. Spero esca in fretta, non è il caso di andare sul telegiornale della sera per questa bravata. Non esce, forse non si è accorta del fuoco. Siamo in cinque alla fermata, guardiamo tutti la scena ma nessuno dice nulla. “C’era una signora dentro. Forse è meglio chiamare la polizia” suggerisco. Annuiscono tutti. Chiamo la polizia e descrivo i fatti. Mi dicono che stanno per arrivare.

C’è del fumo che viene dal campo. Mi sembra diverso dal solito, da quando cucina. Forse la mamma doveva bruciare delle cose che non le servivano. Non succede spesso. Di solito riesce sempre a riutilizzare tutte le cose. Ogni pezzo di legno viene usato prima come bastone, poi come puntello, infine come legna da ardere. Ogni pentola viene usata per cucinare, poi come contenitore, ed infine, riempita di terra, come vaso. Mentre mi avvicino vedo che è la nostra roulotte che sta bruciando. Corro verso il campo, fino quasi alla roulotte che brucia. Chiamo la mamma urlando. Ho paura.

Il bimbo torna, e chiama la mamma. Ha la voce impaurita. Inizio a sentire urla dalla roulotte. La porta si apre, ma ormai le fiamme hanno invaso tutta la traballante tettoia e la pedana di fronte alla porta, rendendo l’uscita impossibile. Anche dal lato, dall’unica finestra non è più possibile uscire a causa delle fiamme, alimentate dal mucchio di legna riposto sotto la roulotte. Guardo gli altri quattro signori che aspettano l’autobus. “Povera creatura” dice quello più anziano. Improvvisamente mi rendo conto di quello che sta succedendo. Il bimbo sta vedendo la mamma morire nel rogo, e noi stiamo qui a guardare. Corro verso di lui. Provo a cercare dell’acqua o qualsiasi altra cosa possa spegnere il fuoco. Trovo il catino che la signora stava usando per lavare, ancora con l’acqua dentro. Lancio l’acqua contro la porta della roulotte, per qualche secondo il rogo sembra diminuire. Se fossi venuto subito sono sicuro che sarei riuscito a spegnerlo. Urlo alla signora di uscire. Lei continua a gridare, non la capisco. Le fiamme si fanno sempre più alte. Il bimbo piange del pianto di un bimbo di cinque o sei anni che vede morire la madre di fronte a sè. Gli do la mano, lui affonda il suo viso nella mia gamba. Mi abbasso per abbracciarlo, esito un attimo perché puzza di sudore, e mi maledico per l’esitazione. Lo abbraccio con rabbia e piango anche io.

sabato 1 luglio 2017

Il mio razzismo non mi fa guardare

Ormai erano settimane che non mi alzavo dal letto del misero ospedale da campo della ONG che era stata sufficientemente caritatevole da prendersi cura di me, ad Oukbar. La febbre emorragica stava lentamente completando il suo corso. Avevo rifiutato l’offerta della Farnesina, ritardata e comprensibilmente tiepida, di organizzare una MEDEVAC (evacuazione per motivi medici). Poche settimane prima ero stato fonte di imbarazzo, sia per il governo italiano, sia, più in generale, per i governi occidentali.

Fino a poco tempo fa, ero una guardia giurata, un bodyguard, un buttafuori insomma, che tirava a campare tra incarichi di altalenante dignità. A me piaceva definirmi specialista in sicurezza, la locuzione mi sembrava desse l’immagine che desideravo la gente avesse di me. “Specialista” implica esperienza, istruzione pratica, utilizzabile. “Sicurezza” implica affidabilità, forza, capacità di gestire le situazioni. Purtroppo, la crisi non mi dava le opportunità che meritavo. Passavo da un lavoro ad un altro, con contratti temporanei, legati per lo più ad eventi. Avevo un paio di locali che mi garantivano un minimo di continuità di (poche) entrate, per il resto dipendevo della fortuna e dai miei amici che mi passavano le dritte sulle occasioni di lavoro.

La mia istruzione era stata, come si diceva nei romanzi di una volta, la strada. Mi vantavo di questo, e pensavo che l’abbandono della scuola subito dopo gli anni dell’obbligo, fosse stata la scelta giusta. Questa era una sorgente continua di discussione con mia madre, che avrebbe preferito che io avessi continuato a studiare. Mio padre, invece, prese la cosa serenamente. Se non hai la testa per studiare, diceva, cerca di averla per lavorare. Avevo razionalizzato a posteriori che permettere alla strada di forgiarmi fosse stata una scelta consapevole, deliberata. Una postilla di questa razionalizzazione voleva che io dubitassi di chi aveva un’istruzione formale, o anche semplicemente leggesse libri.
Non erano forse questi libri e giornali ad averci portato a questa crisi che stiamo vivendo? Questa pietà verso questa orda di barbari che ci stava invadendo, che arrivava fino all’assurdo di priviliegiare loro nell’assegnazione di case popolari e posti di lavoro. I libri e giornali certo non le riportavano queste notizie, ma cercavano invece di creare un senso di compassione per questi straccioni. C’erano delle eccezioni, alcuni libri e giornali che dicevano le cose come stavano, ma erano troppo pochi. I politici per la maggior parte davano il benvenuto a questa gente, oppure si opponevano troppo debolmente. Espellerli, pagandogli anche il viaggio di ritorno? Ero convinto che bisognasse lasciarli affogare in mare. Loro era stata la decisione di voler venire, che se ne assumessero anche i rischi. Perché i cittadini italiani devono pagare per salvare questi miserabili? Forse è proprio la scuola che mette in testa idee sbagliate, pensavo. La strada non sbaglia. L’esperienza forma sulla base della realtà, non sulla base di idealismi che non si possono applicare. Noi siamo italiani e stiamo in Italia, voi siete africani e state in Africa, o arabi e state in Arabia, non dovete venire a rompere le scatole qua da noi.

Purtroppo però, l’esperienza vera non viene ripagata come dovrebbe, pensavo allora, e faticavo a trovare impieghi stabili. La mia ragazza iniziava ad essere infastidita dalla precarietà, e mi aveva chiesto di considerare di prendere un diploma, per poter avere speranze di lavoro. Con tutta l’esperienza che avevo, mettermi a competere con dei ragazzini per un foglio di carta. Moltiplicai il mio impegno per svoltare, per trovare la soluzione ai miei problemi. Un giorno incontrai un vecchio amico del gruppo dal bar che frequentavo da ragazzo, Carmine. Avevamo provocato parecchie risse io e lui. Mi ricordo che la nostra tecnica era di provocare le coppiette, fino a far sbroccare il ragazzo, per poi picchiarlo davanti alla ragazza. A volte ci imbucavamo in delle feste, in gruppo. Uno di noi staccava il contatore della luce e giù botte a tutti. Scherzi di gioventù, che però ti insegnano un trucco o due che possono essere utili nella vita reale. Mi avvicinai, e lui si ricordò subito di me. Passammo qualche ora a parlare degli scherzi fatti da ragazzi. Immaginavo che lui fosse entrato in qualche giro grosso, e lui mi spiegò come era stato assunto da un azienda americana di sicurezza per lavorare all’estero. Il lavoro era duro, lontano da casa per parecchi mesi all’anno, ma la paga mensile era di un livello che non avevo mai visto. Arrivava a cinquemila euro, che tolte le spese voleva dire metterne da parte almeno tremila al mese. Faticavo a capire cosa si potesse fare con una cifra del genere ogni mese. Potevo entrare anch’io? Glielo chiesi subito. Lui mi disse che il lavoro era veramente duro, e con dei rischi, ma noi siamo nati e cresciuti duri, e ci siamo sempre presi i nostri rischi. Mi disse anche che i suoi superiori erano sempre in cerca di nuove persone, e che c’era già un bel gruppo di italiani. Gli risposi che ero disposto ad andare anche in capo al mondo per quei soldi. 

Quella sera fui come ubriaco dal pensiero di poter svoltare anch’io, di poter sposare Jessica ed andare a vivere insieme. Immaginai i posti dove sarei andato facendo un collage dei film di Van Damme, di Steven Seagull. Mi immaginai avventure esotiche dove anch’io avrei potuto far valere la mia esperienza, per poi tornare a casa e raccontare tutto a Jessica. Forse mi avrebbero pure fatto usare le armi, nei posti dove mi avrebbero mandato. Non le avevo usate spesso, ma quelle poche volte pensavo di aver fatto bene, e di avere un dono naturale nell’usarle. Non vedevo l’ora.
Carmine mi richiamò come promesso, qualche giorno dopo. Mi diede subito la buona notizia. C’era posto, non avrebbero neanche fatto un colloquio, si fidavano della parola e della garanzia di Carmine. Carmine mi spiegò che sarebbe arrivata a casa una lettera in inglese, che io avrei dovuto firmarla e rimandarla indietro. Fatto questo mi avrebbero mandato un biglietto a casa per la mia prima destinazione.

Jessica non fu molto contenta all’inizio, ma quando le raccontai di Carmine, e di come tutti gli amici lo festeggiarono quando venne con la BMW, iniziò a cambiare idea. Le piaceva l’idea di avere un mensile fisso e di potersi sistemare. Passammo il pomeriggio a fantasticare sul nostro futuro stile di vita.

Dopo un paio di settimane, in cui temetti che si fossero dimenticati di me, ricevetti la lettera. Non ci capivo nulla, ma capivo dove dovevo firmare, e comunque mi fidavo di Carmine. Firmai e la rimandai indietro. Dopo un’altra settimana, mi arrivò la lettera con il biglietto aereo. Avrei iniziato ad Oukbar. Ebbi qualche tentennamento. Non mi piacevano quei posti pieni di musulmani. Non ci si poteva fidare di quella gente. Ormai avevo firmato, pensai, e mi rassegnai a dover andare.
Partii di Domenica. Mi ricordo il senso di perdita nel lasciare l’Italia, e nel dare l’ultimo saluto a Jessica ed ai miei genitori in aereoporto. Cos’avrei trovato dall’altra parte? Mi ricordo vivamente l’uscita dall’aeroporto di Oukbar, quella folla di bambini e straccioni che mi urlavano per offrirmi qualcosa, immaginavo volesser soldi. Un caos, un caldo ed una puzza che andavano oltre la mia immaginazione. Mi pentii di aver accettato, mi sentii perso per un istante, finchè non vidi un tizio con un cartello con il nome dell’azienda che mi aveva assunto, e subito sotto il mio nome. Fu come un faro nella nebbia, lo seguii fino alla calma della macchina con aria condizionata che lasciava il caos di quel posto infernale fuori.

Il tizio fortunatamente parlava italiano, e mi spiegò che il mio superiore, e diversi operativi del mio gruppo erano italiani. Quando sentii la parola “operativi”, mi sembrò che l’esperienza divenne reale, che il lavoro sarebbe stato importante, e mi sforzai di ripetere quella parola più volte nel raccontare le mie esperienze “operative” passate. Le gonfiai un pò per non sembrare inadeguato all’importanza del mio nuovo lavoro.

Mi presentarono al mio nuovo capo, che si faceva chiamare “Martello” in italiano e “Hammer” in inglese. Quello era il suo nome in codice, mi dissero. Pensai che avrei dovuto sceglierne uno anch’io, forse. Martello mi spiegò per sommi capi qual’era il nostro lavoro, ma disse che il briefing era schedulato per il giorno dopo, alle sette zero zero. Mi illuminai nel sentire le parole “briefing” e “schedulato”, e nel sentire l’orario espresso come i militari americani (sette zero zero sta per sette in punto di mattina). Altro che le serate da buttafuori, qua si faceva sul serio.

Dopo una notte agitata, in parte dalla paura del posto ed in parte per l’emozione del nuovo lavoro, mi presentai per il briefing in perfetto orario. Mi fecero un introduzione di circa quattro ore in cui coprirono diversi aspetti del nuovo lavoro. In primo luogo mi diedero un introduzione alle usanze locali. Mi dissero di evitare contatti con la gente del posto il più possibile. Ad andare bene ti chiedono soldi, ad andare male ci odiano. Mi mostrarono poi una serie di foto che documentavano i dettagli cruenti di alcuni attentati che erano avvenuti ad Oukbar. Martello mi disse che le aveva scattate lui, per usarle nel briefing introduttivo. Mostravano parti di membra e parti del corpo umane dilaniate da varie esplosioni, una persona tranciata a metà, con gli occhi aperti, mi sembrava viva, ma la parte inferiore mancante dall’ombelico in giù. Poi una donna senza le gambe, con un pezzo di osso che le usciva dalla gamba destra, presa nell’atto di guardarsi intorno. Perché si guardava intorno? Perché non urlava dal dolore? Dopo la prima decina di foto, mi venne da vomitare, ma mi trattenni, che figura avrei fatto? Cercai di soffermarmi su particolari insignificanti, per non distogliere lo sguardo, ma allo stesso tempo resistere alla nausea. Notai come la carne umana assomiglia alla carne di pollo, non a quella bovina o suina. Il pensiero mi fece aumentare la nausea, e passai a concentrarmi sugli oggetti nelle foto, per evitare di guardare persone, intere o a pezzi.

Alla fine della collezione di foto, Martello mi spiegò che questo era quello che questa gente fa ai loro stessi compaesani, figurarsi cosa sono disposti a fare agli stranieri. Che queste foto ti siano di insegnamento, tieniti alla larga da loro, e diffida sempre, mi spiegò. Poi mi spiegò dei vari edifici dell’azienda americana per la quale lavoravamo, degli spostamenti quotidiani, del nostro ruolo nel garantire la sicurezza e dei protocolli di comunicazione. Poi passò alla parte che mi fece passare la nausea, le dotazioni di sicurezza assegnateci. Sia i gadget per le telecomunicazioni, che le armi erano di ultima generazione. Mi sentivo come un bambino in un negozio di giocattoli. Mezza giornata alla settimana era dedicata al poligono. Finalmente avrei potuto sparare con continuità, pensai.

Passarono alcune settimane in cui cercai di imparare dagli altri. Capii che in fondo si trattava di scortare persone da un posto all’altro e di garantire la sicurezza di un paio di stabilimenti fuori dalla città. Inizialmente mi occupai di dare supporto ad operativi più anziani negli spostamenti, e mi ritrovai negli stabilimenti solo di passaggio. Un giorno accadde un incidente in uno degli stabilimenti dove avevo accompagnato delle persone. L’operativo di stanza nello stabilimento per quella settimana si era sentito male. Dissenteria, probabilmente, a volte capitava. Dovette essere riportato indietro, ma bisognava lasciare qualcuno in stabilimento. Mi chiesero se me la sentivo. Certo, risposi. Presi tutta la mia dotazione di sicurezza e mi fu assegnata una stanza all’interno del perimetro dello stabilimento. A causa di scarsità di personale, e del malessere del collega, eravamo solo in due, per cui dovevamo fare turni di dodici ore a testa finché non ci avessero mandato rinforzi.

Essendo l’ultimo arrivato mi toccò la notte. La prima notte passò senza incidenti. Ero però molto nervoso perché mi rendevo conto che era impossibile controllare tutto. Spesso vedevo gente del posto, che lavorava in stabilimento, spostarsi dalla propria postazione ed andare in giro all’interno del perimetro. Era sicuramente una situazione molto rischiosa.

La seconda notte, una notte terribilmente calda, rimasi a controllare dalla mia postazione in alto, con aria condizionata, da cui vedevo buona parte dell’area dello stabilimento. Ogni paio d’ore facevo un giro. Avevo deciso di farlo ad intervalli non regolari. Mi ricordavo che nei film, chi voleva entrare o uscire da un posto cronometrava il giro delle sentinelle. Con me non avrebbe funzionato. Alla prima uscita, verso le ventidue zero zero vidi un tizio con una barba lunga, che sembrava molto nervoso, sudato, che era appena uscito dal bar. La parte esterna del bar, aperta anche ai lavoratori locali, era però chiusa. Era senz’altro uno del posto, da come vestiva. Mi avvicinai senza farmi vedere. Aveva un giubbetto con molte tasche, tutte piene di oggetti cilindrici, mi sembrava. Sentivo sirene di allarme nella mia testa. Questo ha in mente qualcosa di brutto, pensai. Era appena fuori dal muro dell’edificio dove abitavano i manager dello stabilimento, tutti occidentali. Il muro dava sul cortile interno, vicino alla parte del bar che dava sull’interno, ancora aperta, dove a quest’ora probabilmente stavano ancora seduti tutti a chiacchierare e bere birra. Mi dava le spalle, e prese uno degli oggetti cilindrici, fece il gesto di togliere la spoletta dalla bomba e capii subito tutto. Estrassi la mia pistola e feci subito fuoco, tre colpi. Sono un grande, pensai, uno dei colpi lo aveva colpito alla testa uccidendolo subito. Non aveva avuto il tempo di buttare la bomba al di là del muro. Il muro avrebbe resistito ad una bomba a mano. Mi gettai a terra ed urlai, per farmi sentire anche dall’altra parte del muro, di gettarsi tutti a terra. Udii un vociare agitato dall’altra parte, e attendevo l’esplosione. Contai fino a dieci, e non venne. Contai fino a venti ed ancora niente. Dall’altra parte, dopo essere stati in silenzio per qualche secondo, ripresero a parlare, dubbiosi. Vidi che alcuni iniziarono cauti a passare attraverso il bar, per uscire fuori e capire cosa era successo. Li fermai con voce imperiosa. Chiamai l’altro operativo, sostanzialmente il mio superiore in quella situazione. Nel frattempo iniziai ad avvicinarmi, per vedere se c’erano altre bombe nelle tasche dell’individuo. Aprii una tasca delicatamente, e vidi due lattine di birra. Raggelai improvvisamente. Cercai la bomba che avrebbe dovuto avere in mano, e vidi una lattina di birra rotolata ad un paio di metri di distanza dal corpo, e la linguetta, rimossa dalla lattina, ancora incastrata nel dito indice della mano destra dell’individuo. Immagino che svenni a quel punto, perché non ricordo più nulla.

Quando mi svegliai, vidi lo sguardo severo e sprezzante di Martello. Senza nessun riguardo per lo shock che avevo avuto mi iniziò ad urlare che ero un imbecille, e che se ne era accorto subito. Che si era stancato di ricevere bulletti che credevano di essere del mestiere e si rivelavano femminucce, ad andare bene, o imbecilli, nel peggiore dei casi. Immaginai in quale categoria mi aveva messo.

Dopo avermi urlato contro per una decina di minuti mi disse che avevo due possibilità: o mi consegnavano alle autorità locali, oppure dovevo firmare una carta dove dichiaravo di non avere mai avuto nulla a che fare con loro e mi avrebbero dato un biglietto per tornare a casa con un calcio nel sedere. Loro avrebbero provveduto a ripulire la scena e comprare il silenzio della famiglia della vittima, come avevano fatto nel passato nel caso di incidenti sul lavoro.
Terrorizzato all’idea di finire in una prigione di questo paese di selvaggi, firmai subito. Martello mi diede un biglietto per tornare in Italia il giorno dopo (anzi oggi stesso, visto che era passata la mezzanotte). Senza altre cerimonie, approfittando che ero ancora in confusione, mi mise letteralmente fuori dal cancello esterno dello stabilimento, in strada, con la mia valigia, che qualcuno doveva aver preparato nel frattempo.

Era mezzanotte e non avevo idea di cosa fare. Iniziai a spaventarmi, pensando a cosa mi avrebbe potuto fare la gente di questo paese. Mi sedetti fuori dal cancello, aspettando l’alba. Mi svegliai poco prima dell’alba, quando il cancello si aprì per fare uscire un convoglio, presumibilmente diretto ad Oukbar. Chiesi un passaggio, ma mi guardarono come si guarda un ridicolo idiota, sicuramente la storia dell’imbecille che aveva sparato ad un tizio che stava aprendo una lattina di birra aveva fatto il giro dello stabilimento. Mi lasciarono lì. Non avevo idea ci come avrei potuto raggiungere Oukbar, e quindi l’aeroporto. Aspettai che uscisse qualcun’altro, e mi ripromisi di attaccarmi alla macchina e di non farli proseguire, a meno che non mi avessero portato con loro. Dopo mezz’ora, si riaprì il cancello ed uscì un altra macchina. Mi misi di fronte, per non farli passare. Li vidi indecisi, presero il telefono per chiamare. Dopo due minuti arrivò Martello, con una mazza da baseball, urlando. Mi allontanai correndo con la valigia e la macchina prese la via di Oukbar. Iniziai a seguire la strada verso Oukbar, camminando. Ero molto spaventato. Guardavo le macchine che passavano, sperando di vedere qualche straniero che potesse darmi un passaggio. Dopo una decina di minuti si fermò una macchina, era un tizio del posto, e mi chiese qualcosa nella sua lingua. Non era aggressivo. Feci il gesto per spiegare che non capivo e se ne andò. Se ne fermarono un altro paio, stessa sequenza di azioni. Poi se ne fermò un’altro, questo parlava inglese, ma io purtroppo no. Dopo qualche tentativo disse, scandendo le parole come ad un bambino: “DO YOU GO TO OUKBAR?”, questo lo capii. Risposi di sì, ma non troppo convinto. Mi offrì un passaggio, ero molto timoroso, ma accettai. Continuare a camminare non mi avrebbe portato ad Oukbar in tempo ed avrei perso l’aereo.
Il tizio provò ad iniziare una conversazione in inglese, ma non riuscivo a seguirlo, così rinunciò. Arrivati alla periferia della città, mi chiese, scandendo le parole “WHERE DO YOU GO?”. Gli dissi che andavo all’aeroporto, e mimai gli aerei che partono. Mi disse qualcos’altro, ma non capii. Dopo dieci minuti si fermò e mi fece scendere. Immagino che cercava di dirmi che mi avrebbe lasciato lì, perché doveva andare e mi diede indicazioni per arrivare all’aeroporto. Le ripetette tre volte, a gesti, per assicurarsi che avessi capito. Non ero sicuro di avere capito, ma feci finta di sì, per non sembrare stupido.

L’aereo sarebbe partito tra quattro ore, pensai che sarei riuscito ad arrivare, anche a piedi. Mentre ero in macchina avevo visto la direzione degli aerei in atterraggio ed in partenza ed avevo un idea di dove fosse l’aeroporto. Mi incamminai nella direzione che avevo in mente. Ogni tanto vedevo gli aerei decollare o atterrare, anche se ancora non troppo vicini, ma più o meno nella direzione dove stavo andando. Il tempo passava, mancavano adesso tre ore, e mi ero avvicinato, ma non ancora abbastanza. La valigia mi rallentava. Vedevo gli aerei più vicini, ma non vedevo l’aeroporto. Dopo un’altra ora, iniziai a vedere gli aerei più vicini, mancavano adesso due ore, ed ancora non ero in aeroporto. Aprii la valigia, presi le cose più importanti, le misi in una busta di plastica abbandonando il resto, e mi misi a correre. Dopo meno di mezz’ora vidi finalmente la pista dell’aeroporto a meno di un chilometro di distanza, e mi si aprì il cuore: finalmente. Giunsi fino alla rete che delimita la pista. Adesso dovevo solo costeggiarla ed arrivare all’ingresso passeggeri. Guardai per capire dove andare e mi scappò un urlo di disperazione, era dalla parte opposta. Avrei dovuto fare tutto il giro esterno.

Lasciai anche il sacchetto e ripresi a correre seguendo la strada che costeggiava la pista. Ad un certo punto la strada si allontanava dalla pista e andava verso l’interno. Disperato, chiesi a gesti ad un ragazzo là vicino su un motorino, se mi avrebbe portato all’aeroporto. Gli mostrai cento dollari. Il ragazzo mi fece salire e partii. Vidi che girava e andava dalla parte opposta, gli gridai di tornare indietro, lui mi disse qualcosa nella sua lingua, ma poi seguì le mie indicazioni. Vidi che si allontanava dall’aeroporto, allora gli gridai di fermarsi, lo mandai a quel paese e scesi. Non riuscivo più a ragionare. Corsi verso l’aeroporto. Dopo venti minuti, ormai mancava meno di un ora alla partenza, un tizio del posto, in macchina, si fermò e mi chiese qualcosa in inglese. Gli risposi che non capivo, in italiano. Allora lui, in italiano stentato, mi ripetè la domanda. Appena sentii il suo italiano scoppiai a piangere e gli chiesi di accompagnarmi in aeroporto che il mio aereo stava partendo. Mi fece salire e girò per tornare indietro, gli dissi che l’aeroporto era dall’altra parte, e lui mi spiegò che non c’era una strada per l’aeroporto da quella parte, perché c’è un’enorme palude che si estende per parecchi chilometri. Bisognava tornare indietro. Maledii me stesso e pregai Iddio che mi facesse arrivare in tempo. Arrivammo dopo poco più di mezz’ora. Scesi correndo e cercai i banchi del check-in. Superai la fila perché non c’era molto tempo. Un tizio mi urlò qualcosa, presumibilmente per lamentarsi del mio comportamento, io gli urlai di contro delle male parole e continuai. Arrivato al banco, chiesi alla signorina di farmi fare il check in. Lei mi disse qualcosa in inglese, immagino mi disse di tornare indietro e rispettare la fila. Io le urlai contro che era tardi. Lei mi ignorò e continuò a servire il passeggero successivo. Sperai di avere la mia pistola. Dopo altre urla da parte mia si decise a vedere il mio biglietto. Guardò verso la lavagna con gli orari, sgranò gli occhi, poi mi guardò in faccia e mi disse qualcosa. Andò nel retro, in ufficio e tornò con un signore. Questo signore parlava un pò di italiano. Mi spiegò che era troppo tardi. Ormai mancavano meno di dieci minuti. Mi fece segno di seguirlo e mi mostrò dai vetri che danno sulle piste l’aereo dell’Alitalia. In quel momento si vide un addetto con un giubbetto fosforescente che uscì dall’aereo, e la porta che si chiuse. Chiesi all’uomo di chiamarli, di fermare l’aereo. Lui mi spiegò che non si poteva. “Come non si può, per forza si può. Come faccio adesso?”, risposi urlando. Lui mi indicò nuovamente l’aereo, che iniziò a muoversi  in quel momento per raggiungere la pista di decollo. Per la seconda volta in poche ore, svenii.
Rinvenii dopo pochi minuti, immagino. C’era un infermiere vicino a me. Il tizio che parla italiano mi chiese se volevo essere accompagnato in ospedale. Certo che no, risposi. Mi propose di andare in biglietteria per vedere se potevo cambiare il biglietto per il prossimo volo. Andai, ormai fiaccato dalla sfortuna. In biglietteria, naturalmente, mi dissero che non era possibile. Era un biglietto superscontato che non prevedeva cambiamenti o rimborsi. Chiesi quanto costava un nuovo biglietto per il prossimo volo. Non possedevo quella somma. Non avevo idea di cosa fare.
Tornai dal tizio che parlava italiano. Mi propose di chiamare l’ambasciata italiana. Chiamai l’ambasciata. Appena detti le mie generalità, dall’altro capo del telefono mi chiesereo di non andare da nessuna parte. Sarebbero venuti a prendermi loro subito. Arrivarono in tre. Appena li vidi mi tornò la speranza. Provai a raccontargli la mia disavventura, ma mi zittirono e con una faccia seria e mi chiesero di seguirli in ambasciata. Arrivati in ambasciata mi chiusero in una stanza. Arrivò un carabiniere. Mi chiede le mie generalità. Mi chiede di raccontargli dove sono stato nelle ultime ventiquattro ore. Dissi tutto, dimenticandomi di aver firmato una carta che dice che io non avevo mai avuto nulla a che fare con la ditta dove avevo lavorato, ma ometto il fattaccio.
Il carabiniere uscì. Rientra dopo circa un ora, con Martello. Il carabiniere mi guarda, come si guarda un ridicolo idiota, lo stesso sguardo di Martello, e mi spiega la mia situazione. A quanto pare la notizia dell’uccisione è di ominio pubblico. Qualche dipendente italiano l’ha comunicata ai media italiani, e qualche dipendente locale ha informato la polizia del posto. Il Presidente di questo paese si è lamentato formalmente con l’Italia. Poco dopo, Martello, è riuscito a convincere la polizia locale che il tizio stava rubando della birra. Stranamente, in questo paese, puoi sparare a chi ti ruba qualcosa. Quindi, qui sicuramente non sarei stato incriminato. Questo caso però è diventato un imbarazzo sia per l’Italia che per l’Unione Europea. L’ambasciata non mi può aiutare. Sembrerebbe che mi stiano sottraendo alla giustizia locale. Ero libero, potevo andare. Dove?

Vagai per Oukbar. Avevo paura di quando sarebbe sceso il buio. Avevo qualche soldo per pagarmi un paio di notti di albergo. Scesi un albergo dove vedevo anche stranieri, ma non troppo costoso. Passai due giorni e due notti nella stanza, non mi sentivo bene. Finii i soldi. Tornai a vagare per la città, con un forte mal di testa e nausea. Vidi una clinica gestita da europei o americani. Entro e svengo.

Mi risvegliai in un letto della clinica. Un’infermiera del posto mi sistema l’ago della flebo. La caccio via, non è che mi fa venire qualche malattia con quelle mani sporche? Viene un dottore, lui è occidentale. Non parla italiano, e chiama un collega italiano. Gli spiego quello che è successo. Mi guarda anche lui come se fossi un ridicolo idiota. Mi spiega che io sono in cura come cortesia, non per diritto. Se continuo a maltrattare le infermiere mi butta fuori.

Passarono i giorni. La mia salute non migliorava. Avevo una letargia ed una spossatezza che mi faceva dormire quasi tutto il tempo. Tutti i dottori occidentali mi guardavano come se fossi un ridicolo idiota. I dottori e gli infermieri del posto mi guardavano invece con gentilezza. Non mi accorgo subito di questa differenza, ci metto un pò. 

Una delle infermiere che parla italiano, l’unica che chiacchiera con me e mi da un pò di conforto, mi spiega che sua sorella sta provando ad andare in Italia. Il marito l’ha lasciata. Appena ha visto per la prima volta la prima figlia, appena nata in ospedale, ha picchiato mia sorella e l’ha lasciata. Aisha ha entrambe le gambe malformate. La malformazione nel nostro villaggio è vista come una maledizione. Il diavolo ti ha fatto visita, pensano. Una donna sola non ha futuro qui, mi dice l’infermiera. Le servono strutture e servizi adeguati per poter crescere la figlia dignitosamente. Mi chiede se in Italia esistono queste strutture. Rispondo di sì. Auguro buona fortuna a sua sorella, sinceramente.

Sono stato un ridicolo idiota. Speriamo che le storie su quelli che si convertono in punto di morte siano vere. Gesù, Muhammad, ho sbagliato tutto. Perdonatemi e prendetemi con voi.

venerdì 16 giugno 2017

Traiettorie impercettibili

Aveva raggiunto il fondo. Non era la prima volta. Le volte precedenti era convinto che sarebbe riuscito ad uscirne. Aveva sentito una liberazione, nel raggiungere il fondo. Una convinzione che sarebbe stato un nuovo inizio, che sarebbe stata un’opportunità per cambiare tutto. Questa volta no. Sapeva dalle esperienze precedenti, che non ci sarebbe stata nessuna rinascita. Semplicemente avrebbe continuato a scavare e la sua miseria avrebbe raggiunto nuovi ordini di grandezza.

Aveva già perso il lavoro altre volte. Grazie a suo fratello, era riuscito a trovare lavoro in una agenzia delle Nazioni Unite, però era stato costratto a trasferirsi ad Oukbar. Aveva bisogno dei soldi per pagare gli alimenti a sua moglie, che lo aveva lasciato anni prima.

Il problema era imbarazzante, e gli veniva continuamente da piangere a pensarci. Prima di arrivare ad Oukbar pesava 180 chili. Era stato imbarazzante dover spiegare all’ufficio del personale che aveva bisogno di due posti in aereo per poter raggiungere il posto di lavoro. Apparentemente non avevano procedure per poter gestire quel genere di situazioni. Da allora, circa sei mesi fa, non si era più pesato. Sapeva, inconsciamente, che stava ancora ingrassando, ma non aveva voluto pensarci. Due settimane prima aveva avuto una fortissima infiammazione al ginocchio, una delle più comuni complicazioni dell’essere sovrappeso. Aveva sempre rifiutato di definirsi obeso, ma doveva assolutamente imparare a farlo. Era un obeso. Sapeva che anche una piccola perdita di peso poteva fare la differenza a far lentamente passare quell’infiammazione cronica. Invece aveva preso dosi massicce di antinfiammatori. Per una settimana era stato in malattia, e per un’altra aveva optato per lavorare da casa. I nuovi datori di lavoro adottavano dei regolamenti molto aperti nei confonti del proprio personale. Queste due settimane, aveva praticamente vissuto nella propria stanza di albergo, facendosi portare i pasti (e gli spuntini) in camera. Rimaneva in camera perfino quando la cameriera veniva per pulire. La cameriera era veramente gentilissima, quando aveva dolore al ginocchio, lo aiutava a muoversi, alzarsi dal letto. Lui le dava una lauta mancia ogni volta. Aveva continuato ad usare l’aiuto della cameriera anche quando il ginocchio aveva iniziato a fare meno male. Muoversi era comunque complicato con tutto quel peso addosso.

Dopo le due settimane, quando finalmente il dolore era passato, doveva tornare a lavoro. Era molto preoccupato di questo, e non aveva dormito la notte precedente. Dopo due settimane, aveva di nuovo rimesso la sveglia. Appena svegliato, la prima complicazione: alzarsi, senza l’aiuto della cameriera.
Era difficile e faticoso, ma l’aveva fatto sempre, prima. La manovra consisteva nel rigirarsi di fianco, vicino al bordo del letto, fare scivolare la gamba destra fino al pavimento e sollevare il busto, puntellandosi con il braccio destro sul letto. Al secondo tentativo vi riuscì, rimanendo seduto nel letto. Alzarsi era un esercizio di equilibrio, ma prevedendo la difficoltà aveva avvicinato la sedia per puntellarsi. Dopo un paio di tentativi, anche questo scoglio viene superato. Un breve passaggio in bagno. Non riusciva a fare tutto ciò che andrebbe fatto, in termini di igiene personale. Non se ne rendeva pienamente conto, però. Le poche gocce che raggiungevano le parti più nascoste del suo corpo, non bastavano certo a garantire una perfetta pulizia. Alcune parti, le asciugava col fono, perché non riusciva con l’asciugamano ad arrivare a toccare tutte le superfici del corpo.

Non appena vestito – ed anche questo con qualche difficoltà – provò ad uscire per andare a lavoro. Come sempre, si mise di lato per poter passare dalla porta, secondo lui più piccola degli standard europei. Niente, non ci passava. Neanche tirando indietro la pancia con le mani, come faceva in precedenza. Era rimasto incastrato. Dopo qualche tentativo, riuscì a rientrare in stanza. Di uscirne, non se ne parlava. Ansimante dalla fatica, si rimise a letto, completamente vestito. Era disperato. Come sarebbe uscito da questa situazione?

Chiamò subito l’ufficio, non poteva perdere il lavoro di nuovo. Chiese se poteva, ed inventò una scusa pietosa, lavorare dalla sua stanza per un altro giorno. Dall’altro capo del telefono si percepiva il fastidio, comprensibile. Aveva iniziato da pochi mesi e da subito aveva iniziato a mancare per molti giorni, campando storie assurde. Non era risultato simpatico in ufficio. Come può essere simpatico un ciccione dall’igiene discutibile?

Pianse per molto tempo, silenziosamente. Ai lati della testa si crearono due macchie che piano piano si allargarono, man mano nutrite dalle copiose lacrime versate. Era veramente arrivato a toccare il fondo. Era impossibile risalire. Non c’era più nulla da fare. Era solo, in un paese straniero. Sarebbe presto stato licenziato perché non poteva andare a lavoro. Non poteva badare a sé stesso in maniera dignitosa. Era confinato in una stanza.

Svegliatosi, si rese conto che aveva fame, e maledì la sua gola insaziabile. D’impeto, decise che dal giorno dopo avrebbe smesso di mangiare, e avrebbe bevuto solo té. Aveva letto di quel tizio in Inghilterra che aveva perso centoventi chili in quel modo. Nello stesso tempo che quel pensiero attraversò la sua mente, raggiunse il telefono per chiamare il servizio in camera per ordinare i tre panini per lo spuntino di metà mattina. Domani, domani avrebbe iniziato la dieta.

Finiti i tre panini, riprese a piangere. Pianse del suo pianto, che visto da fuori sarebbe sembrato l’archetipo delle lacrime di coccodrillo, che piange dopo aver mangiato la preda. Quello che la gente da fuori non avrebbe capito era che lui piangeva per la sua assoluta disperazione di non essere stato capace di fermarsi. Di aver realizzato che un giorno, allegramente, aveva mangiato fino ad oltrepassare un impercettibile orizzonte degli eventi prima del quale ti puoi salvare e passato il quale cadi per sempre nel buco nero, e ti confondi con esso.

Cercò di isolare quel giorno maledetto, il momento in cui aveva toccato un fondo dal quale c’era speranza di uscire, e non lo aveva fatto, ed invece aveva ordinato altri panini.

Avrebbe dovuto fermarsi prima di perdere il suo primo lavoro. Un lavoro che normalmente gli avrebbe permesso di fare una ragionevole ed onorevole carriera, e che gli avrebbe permesso di mantenere agevolmente la sua famiglia e sostenere il futuro dei suoi figli. Cercò nella sua memoria, il momento preciso dell’inizio della discesa. Si ricordava dell’inizio, quando andava a pranzo con i colleghi, e si rideva in compagnia. In incrementi impercettibili si era poi ritrovato a mangiare nei fast food da solo, sia durante le pause caffè che durante la pausa pranzo. Era stato segato in una riorganizzazione aziendale. Uno, tra i colleghi del suo ufficio, sarebbe dovuto essere licenziato. La scelta del management era inevitabile. Appena fu fatto l’annuncio, tutti capirono chi sarebbe stato fatto fuori. Poteva essere visto come un problema di proporzioni, di pesi, di volumi, di spazio occupato. In questo senso era un problema scientifico, quantificabile, di ovvia soluzione. Poteva anche essere visto come un problema sociale, di appartenenza di gruppo, di similitudine, di empatia, di saper stare con gli altri. In questo era un problema di intelligenza emotiva, anch’esso di ovvia soluzione. Era chiaro anche a lui, e per questo non si oppose, e fu licenziato, e lui stesso si allontanò, come tutti si aspettavano. Quello che non si aspettava era lo sguardo mentre se ne andò. Lo ricordava ancora. Uno sguardo con i sottotitoli: Come ha fatto a ridursi così?

Fu dolorosissimo, la prima volta che vide quello sguardo. Andò nel fast food vicino a piangere e mangiare. Quella fu la prima volta che promise a sé stesso che il giorno dopo avrebbe iniziato una dieta ferrea.

Dopo quel giorno passò da un impego ad un altro, in una spirale discendente. L’altro giorno che avrebbe dovuto marcare il confine fu quando sua moglie se ne andò da sua madre, portando i suoi figli con sé. Pianse e mangiò fino alla vergogna. Vomitò e rimangiò. Allontanò il pensiero di quel giorno, troppo doloroso.

Suo fratello lo aveva aiutato qualche volta, da lontano. Lo aveva convinto, molti chili fa, a seguire la dieta del sondino, pagandone tutte le spese. Aveva seguito fiduciosamente il corso obbligatorio, requisito fondamentale per potersi sottoporre alla dieta; senza attestato di partecipazione il trattamento non poteva aver luogo. Nei canonici dieci giorni di durata della dieta riuscì a perdere 12 chili. Non era sicuro in quanti giorni li riprese tutti. Quando si sentiva in colpa evitava di guardare, e quindi di usare, la bilancia e perdeva quindi la cognizione del suo peso. Quando vedeva suo fratello, temeva sempre il suo sguardo iniziale nell’incontrarlo, che poi in pochi secondi diventava forzatamente fraterno, ed il suo sguardo nel lasciarlo: Come ha fatto a ridursi così?

Tempo dopo, suo fratello gli offrì la salvezza di un nuovo impiego, stabile, e di un nuovo paese ed una nuova vita. Già aveva capito che era stato inutile. La velocità verso questo ulteriore confine era ormai tale che non sarebbe riuscito a rallentare in tempo. Ricordando i suoi studi da ingegnere, pensò che in fondo era una legge fisica. La quantità di moto di un corpo dipende in modo lineare dalla sua massa. La sua traiettoria, ad incrementi inizialmente impercettibili, l’aveva ormai portato vicino al confine di non ritorno e la sua massa era troppa. Non si sarebbe potuto mai e poi mai fermare prima di rovinare tutto. Fosse stato più magro, più leggero, la fisica gli avrebbe permesso di frenare in tempo, prima del confine. I suoi nuovi colleghi l’avevano isolato quasi subito, forse perché era troppo grasso, o forse perché, beh, puzzava.

Non riusciva a passare dalla porta della sua stanza d’albergo. Immaginò un nuovo sé, magro, ridere di questa situazione in spiaggia, in costume, sdraiato nella sabbia vicino ad una bellissima donna. Stranamente, gli venne da ridere, per qualche secondo, ma smise quasi subito.

Allungò la mano verso il comodino, prese il telecomando ed accese il televisore. Girò tra i vari canali, finché non si fermò su un documentario della BBC, parte di una serie sul cambiamento climatico. Un infografica spiegava come il peso combinato di tutti gli esseri umani era di circa trecento milioni di tonnellate. Era dotatissimo con i numberi e fece i calcoli rapidamente: pensò che non era tutta colpa sua, lui rappresentava solo lo poco più che un miliardesimo di quel peso. Uno virgola sei periodico su un miliardo, per la precisione, disse a se stesso, fiero come sempre della sua velocità nei calcoli. L’infografica poi spiegava come vi erano anche settecento milioni di tonnellate di animali da macello, tenuti per la maggior parte in allevamenti meccanizzati. Infine, ed era questo il punto centrale dell’infografica, ci sono meno di cento milioni di tonnellate di animali di taglia paragonabile a quelli da macello, liberi in natura.

Il documentario continuava, spiegando come durante gli ultimi duecento anni, la vera rivoluzione industriale è stata nell’agricoltura e nell’allevamento. Di come prima la maggior parte dell’umanità era impiegata nell’agricoltura e nell’allevamento e manteneva la piccola parte che si occupava di altro, mentre adesso, in alcune nazioni, il due per cento degli occupati nell’agricoltura ed allevamento sono sufficienti a sfamare il restante novantotto per cento. Fantastico, certo, ma a quale costo?

Gli stessi animali sono stati meccanizzati. Prima venivano visti come esseri viventi che possono sentire dolore, e anche sensazioni di soddisfazione, piacere. Adesso, invece, sono gestiti in catene di montaggio. Lo schermo mostrava un nastro trasportatore con pulcini, alcuni dei quali, imperfetti, venivano presi da degli operatori in camice bianco, e buttati. In modo simile, le mucche, sia da carne che da latte, venivano tenute in spazi strettissimi, con gli esemplari non idonei, abbattuti in nome del profitto.

Il documentario passò poi a spiegare che nel passato, fino a pochi anni fa per la verità, lo stile di vita considerato virtuoso era la frugalità. Si ricordò dei propri nonni, e di come erano impacciati le pochissime volte che venivano a mangiare fuori con loro, di come gli sembrasse un lusso non necessario. Mostrarono immagini della pubblicità dei fast food, delle offerte mangiane due che il terzo è gratis, che lui conosceva bene, e di cui aveva approfittato fino al ridicolo. Spiegavano come le moderne tecniche pubblicitarie, erano inclini a far apparire come reali bisogni fittizi, al solo scopo di allargare continuamente la produzione, di come legavano la felicità personale con il consumo continuo.

L’immagine successiva riprendeva un maiale, considerato uno degli animali più intelligenti, dopo le scimmie, costretto a vivere dalla nascita in uno spazio sufficiente appena a contenerlo, senza neanche potersi girare, negli stessi propri escrementi. La ripresa iniziava dalla parte posteriore del maiale, girandogli lentamente attorno, fino a riprenderlo di fronte, negli occhi.

Non riusciva a sopportare quelle immagini, si vide nei panni di quel maiale, costretto a vivere per sempre nei propri escrementi, chiuso in quella stanza di albergo. Gli venne una nausea improvvisa, con conati di vomito, pensando che aveva mangiato carne di maiale poco prima. Poi gli venne un attacco di ansia, e iniziò a respirare affannosamente, come se avesse un peso sul petto. Sapeva che i soggetti obesi presentano un aumentato rischio di aritmie e morte improvvisa, anche in assenza di disfunzione cardiaca. Ci sperò, prima di chiudere gli occhi.