domenica 11 giugno 2017

Rapimento alieno

A volte, nella notte, ci pensava. Come sarebbe stata la sua vita se non fosse stata rapita? Curiosamente, ormai era un pensiero accademico. Non c’era più alcun rimpianto. Considerava la sua situazione normale, anche se presentava ovvie stranezze che le davano da pensare, cui non riusciva ad abituarsi completamente.

Aveva un ricordo di sua madre ormai sbiadito. Ricordava come man mano sua madre avesse perso interesse in lei ed i suoi fratelli. Passava le ore distesa, disinteressata a loro. Ricordava vagamente il dolore di quelle volte che ancora provava ad avvicinarsi e lei, ad andare bene, si girava dall’altra parte, o peggio, la cacciava in malo modo. Nella sua mente, lo considerava un passaggio naturale, dopo averla cresciuta, con sacrifici, quasi con naturalezza, sua madre non si sarebbe più presa cura di lei.

Ricordava vagamente questo passaggio, e ricordava altrettanto vagamente il giorno che fu portata via. Fu in primavera, ne era certa. Arrivarono di mattina, erano altissimi, oscuravano il cielo con la loro statura. Avevano una postura innaturale, che non aveva mai visto prima, ed un incedere insicuro, lento. Non sembrava normale che esseri, senz’altro viventi, potessero muoversi in quel modo che sfidava le leggi della fisica. Emanavano un odore fortissimo, dolciastro, quasi nauseante. Non aveva mai sentito un odore simile. Comunicavano tra loro con dei suoni incomprensibili, monotoni ed appena percepibili. A volte sembrava provassero a comunicare con lei, ed allora alzavano il volume, ma rimanevano incomprensibili. Poi avrebbe imparato a capire qualcosa del loro stranissimo linguaggio. Sua madre era via, quando loro arrivarono, in quelle sue solite scorribande senza orario, a volte di giorno, e a volte di notte, per poi tornare e distendersi pigramente, senza mostrare nessun apparente interesse per lei.

All’inizio lei era timorosa con i nuovi venuti, poi come tutti i piccoli, iniziò a prendere confidenza e a giocare con loro. I loro giochi erano strani, e lei a volte non capiva cosa volessero. Ad un certo punto il loro atteggiamento cambiò ed invece di giocare la presero e la sollevarono da terra fino alla loro stranissima testa. Lei ne fu terrorizzata, era ad un’altezza pari almeno a 10 volte la sua stessa altezza. Temette la volessero mangiare. Cercò di divincolarsi ed urlare, ma senza nessun risultato. La portarono con loro, dentro ad una specia di enorme scatola luccicante, che era lì vicino, e che dovevano aver portato loro. Lei si ricordava bene di non averla mai vista lì. La scatola sembrava riflettere la luce del sole in modo che lei non aveva mai visto. Aveva dei buchi che permettevano di vedere qualcosa dell’interno, ricoperti però da qualcosa che lei non riusciva a capire. La scatola aveva un colore grigio che non aveva mai visto, ed una serie di colori strani, strisce nere, delle strutture rotonde sulle quali si appoggiava che si ripetevano simmetriche su entrambi i lati. Il suo terrore aumentò incontrollabile, cosa volevano farle? Dove volevano portarla? La misero dentro questa scatola, e vi entrarono anche loro. Li vide armeggiare con delle apparecchiature, e la scatola sobbalzò e partì. Man mano inizio ad andare ad una grandissima velocità. Vide scorrere il panorama, prima familiare e poi man mano più alieno e sconosciuto. La sua vita non sarebbe più stata la stessa. 
Adesso la sua vita scorreva in modo abbastanza regolare. Si era fatta un idea di cosa questi alieni volessero da lei. Si era resa conto che per loro lei era una specie di animale da mungere, di cui sfruttare le secrezioni corporee, per qualche loro strano bisogno, che lei non riusciva a capire. Aveva capito abbastanza presto che lei non era la sola in quello stranissimo mondo, ma che tanti altri come lei erano stati rapiti. Gli altri, che incontrava sempre con piacere, per giocare o scambiare impressioni e sensazioni, sembravano essere convinti della genuina amicizia di quegli stranissimi esseri. Per la verità, lei stessa era dubbiosa. In qualche modo loro sembravano affezionati a lei, e facevano di tutto per dimostrarlo. Però, ogni tanto, vedeva le occhiate di paura ed odio di qualcuno di loro verso di lei, e questo la faceva tornare alla realtà. Lei non apparteneva a quel posto.

Quando arrivò nella stranissima abitazione degli alieni, era terrorizzata. La loro casa era formata da un susseguirsi di cubi grandissimi, alti circa il doppio di loro. Tra un cubo ed un altro vi erano delle aperture che rimanevano aperte o chiuse secondo i comandi e desideri degli alieni. Nonostante fossero abbastanza gentili, era chiaro che lei non era libera di andare dove volesse, e che veniva controllata e tenuta dentro questi cubi, insieme a loro. Non la facevano mai uscire da sola, ma la legavano a loro stessi, per evitare che lei potesse spostarsi liberamente al di fuori dei cubi. Anche all’interno di questi cubi, c’erano delle zone dove lei non poteva andare.

I primi mesi furono molto difficili. Ogni tanto la portavano in un area dove eseguivano delle procedure ai rapiti. La prima volta che andò vide l’aria terrorizzata di chi ne usciva e ne fu contagiata. Appena entrata nella stanza dove effettuavano le procedure, vide un alieno con dei drappi addosso diversi da quelli degli alieni che la tenevano con loro. Aveva un aria amichevole, ma sospettò subito che c’era qualcosa da temere. Dopo aver emesso molti incomprensibili versi da quella stranissima bocca, improvvisamente le infilò un ago sottopelle ed inizio a fare delle manovre. Urlò il suo dolore, ma gli alieni continuarono a guardare imperturbabili.

All’inizio fu molto difficile per lei muoversi in quegli strani ambienti dove questi alieni vivevano. Il pavimento era di una sostanza di cui lei non aveva nessuna esperienza, era impossibile correre, sembrava di essere sul ghiaccio. Per correre, ma a volte anche per camminare, bisognava fare molta attenzione a non scivolare. Piano piano riuscì ad abituarsi.

Quello che le faceva più paura era però la ragione stessa, ne era assolutamente convinta, per cui lei fu rapita. Dopo poche ore dal suo arrivo, con imbarazzo si rese conto che doveva andare in bagno. Non trovando nulla che assomigliasse ad un posto dove, insomma… , si potessero fare quelle cose, cercò un posto appartato. Accaddero due cose strane: la prima fu che non appena se ne accorsero, le diedero un colpo con un lungo attrezzo bianco, ripiegato, che aveva delle macchioline nere, dritto in volto, e le urlarono contro con quel loro grottesco modo di esprimersi. La seconda cosa fu che presero le sue cose, insomma… le sue deiezioni, e le riposero via. Inizialmente non diede peso a questa seconda cosa, ma poi iniziò a porvi più attenzione.

Col tempo capì che loro volevano che lei facesse i propri bisogni in dei posti specifici. Quando lei lo faceva, vedeva che loro mostravano ampiamente la loro soddisfazione, con i loro modi di fare strani, finché lei non si rassegnò ad assecondarli in questo. Si accorse anche che loro raccoglievano religiosamente tutte le deiezioni per poi riporle via. All’inizio immaginò fosse una stranezza del gruppo di alieni che l’avevano rapito, ma presto si accorse che tutti gli alieni facevano la stessa cosa con tutti i rapiti.

Quando si rese conto di questo, cercò di mandare a monte i loro piani, sperando di essere portata indietro, dalla madre e dai fratelli. Iniziò a trattenere, ma chiaramente questa non era una strategia possibile nel lungo termine. Poi sperimentò a farla nei posti sbagliati, quando loro non erano presenti.

Capì di aver colto nel segno, quando si rese conto che questo li innervosiva molto, era come se le deiezioni perdessero di valore. Comunque le riponevano via, ma con ovvio nervosismo. Ripresero a colpirla con l’attrezzo oblungo ripiegato. Questo attrezzo era stranissimo. A volte lo usavano per punirla ed in altri momenti utilizzavano l’attrezzo completamente dispegato ed aperto e potevano passare ore a guardarlo con interesse. Alla fine, quando si rese conto che non l’avrebbero riportata indietro, smise la protesta, con ovvia soddisfazione degli alieni.

Dopo diversi mesi, iniziò quasi ad affezionarsi ai quei stranissimi esseri. Tutto sommato, si prendevano buona cura di lei, e ogni tanto le portavano quei buonissimi ossi di prosciutto che lei addentava con grandissimo piacere.

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